Dal 1° aprile c’è una novità destinata a far discutere: l’introduzione di un codice Ateco specifico per la prostituzione e le attività connesse, come i servizi di escort e l’organizzazione di eventi sessuali. La classificazione, denominata Ateco 2025 e sviluppata dall’Istat, è entrata in vigore ufficialmente il 1° gennaio, ma è diventata operativa solo in primavera. Questo aggiornamento, che include il codice 96.99.92 “Servizi di incontro ed eventi simili”, rappresenta un passo significativo verso la regolamentazione fiscale di un settore da sempre avvolto in una zona grigia. Ma non mancano le critiche.
Un codice per il sesso a pagamento: cosa cambia con Ateco 2025
Il codice Ateco 96.99.92 è una novità che non passa inosservata. Tra le attività elencate nelle note esplicative figurano “attività connesse alla vita sociale, ad esempio attività di accompagnatori e di accompagnatrici (escort)” e “agenzie di incontro e matrimoniali”. Ma a destare scalpore è l’inclusione di “fornitura o organizzazione di servizi sessuali”, “organizzazione di eventi di prostituzione o gestione di locali di prostituzione” e “organizzazione di incontri e altre attività di speed networking”. Una classificazione che, almeno sulla carta, sembra voler abbracciare un’ampia gamma di servizi legati al mondo del sesso a pagamento.
Ateco, acronimo di “Attività Economiche”, è il sistema adottato dall’Istat per catalogare le attività produttive italiane, con finalità statistiche e fiscali. Il codice, composto da lettere e numeri, identifica il macro-settore economico e le sue sottocategorie. Aggiornato periodicamente (1991, 2002, 2007, 2022), Ateco 2025 è il frutto di una revisione avviata nel 2018 in collaborazione con Agenzia delle Entrate, Camere di Commercio e altri enti. Entrato in vigore il 1° gennaio, è diventato operativo dal 1° aprile, segnando una svolta nella classificazione di attività finora relegate a codici generici, come il 96.09.09 (“Altri servizi alla persona”) o il 96.09.03 (“Agenzie matrimoniali e di incontro”).
La prostituzione in Italia: legale, ma con limiti chiari
Per comprendere l’impatto di questa novità, è necessario fare un passo indietro. In Italia, la prostituzione non è illegale, purché esercitata volontariamente da persone maggiorenni e capaci di intendere e volere. La legge Merlin del 1958, che ha chiuso i bordelli e posto fine alla regolamentazione statale del fenomeno, non punisce chi si prostituisce autonomamente. Tuttavia, il legislatore è stato netto nel vietare ogni forma di favoreggiamento, sfruttamento e induzione, reati puniti con il carcere da 4 a 8 anni e multe da 5.000 a 25.000 euro. Sentenze recenti, come quella della Cassazione del 2018, hanno chiarito che lo sfruttamento include “qualsiasi consapevole e volontaria partecipazione, anche occasionale, ai proventi dell’attività di prostituzione”.
Questa distinzione è fondamentale. Se da un lato la prostituzione autonoma è lecita e, come stabilito dalla Cassazione nel 2011, i suoi guadagni sono tassabili come redditi da lavoro, dall’altro l’organizzazione e la gestione di tali attività restano fuorilegge. Ed è qui che il nuovo codice Ateco 2025 sembra creare un corto circuito.
Un corto circuito fiscale: le critiche di Codacons e Maiorino
Il Codacons, associazione a tutela dei consumatori, ha espresso perplessità sulla nuova classificazione. Il presidente Carlo Rienzi sottolinea che il settore del sesso a pagamento genera un giro d’affari sommerso stimato in 4,7 miliardi di euro annui. “La prostituzione in sé non costituisce reato, se svolta in modo autonomo e su base volontaria, e di conseguenza appare corretto sottoporre a tassazione i proventi di tale attività”, spiega Rienzi. Tuttavia, il problema sorge con l’estensione del codice a “organizzazione di servizi sessuali” e “gestione di locali di prostituzione”, attività che la legge italiana considera reati. “Siamo di fronte a un corto circuito fiscale, con l’Istat che regolarizza tutte le attività legate alla prostituzione, e le leggi in vigore che vietano le stesse attività”, conclude.
Sulla stessa linea si pone Alessandra Maiorino, senatrice del Movimento 5 Stelle e vicecapogruppo al Senato. “Se confermato, sarebbe grave che il fisco prevedesse nei nuovi codici Ateco l’organizzazione di servizi sessuali”, dichiara in una nota. “Perché è vero che la prostituzione in Italia non è illegale, ma lo sono tutte le attività di favoreggiamento, sfruttamento e induzione. Esattamente ciò che va a regolarizzare, dal punto di vista fiscale, la nuova classificazione”. Maiorino ha annunciato un’interrogazione al ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, per chiarire come sia possibile questa contraddizione e chi ne sia responsabile. “Stiamo parlando di attività che creano una zona grigia, lasciando spazio a sfruttamento e tratta. Vogliamo delle spiegazioni”, aggiunge.
Un passo verso la trasparenza o un rischio per la legalità?
L’introduzione del codice Ateco 96.99.92 potrebbe semplificare la vita a chi opera nel settore in modo autonomo. Per le escort o i sex worker che scelgono volontariamente questa professione, avere un codice fiscale dedicato significa uscire dalla nebulosa dei codici generici e dichiarare i propri redditi in modo chiaro. Una sentenza della Cassazione del 2011 aveva già stabilito che i guadagni da prostituzione, se derivanti da un’attività svolta in modo professionale e regolare, sono soggetti a tassazione, senza necessità di un rapporto di subordinazione.
Eppure, il nodo resta l’ambiguità della classificazione. Regolarizzare fiscalmente attività come la “gestione di locali di prostituzione” sembra in contrasto con la legge Merlin e con l’approccio abolizionista dell’Italia, che mira a contrastare la mercificazione del corpo e la tratta di persone. Il rischio, secondo i critici, è che questa mossa possa involontariamente legittimare pratiche illecite, creando una zona d’ombra difficile da monitorare.
Il contesto economico: un settore da miliardi
Il dibattito si inserisce in un contesto economico significativo. Secondo stime del Codacons, la prostituzione in Italia coinvolge circa 90.000 lavoratrici stabili e 3 milioni di clienti ogni anno, con un valore aggiunto di 3,6 miliardi di euro secondo l’Istat. Durante la pandemia, i codici Ateco sono stati uno strumento chiave per il governo: nel lockdown del 2020, hanno permesso di identificare le attività essenziali e di erogare aiuti economici. Ora, con Ateco 2025, l’obiettivo sembra essere quello di riflettere meglio la realtà produttiva del Paese, includendo settori finora ignorati dal Fisco.
Ma la domanda resta: questa classificazione è un passo verso la trasparenza o un errore che potrebbe complicare il contrasto allo sfruttamento?


