Nel 2024, le banche italiane hanno registrato utili netti per 46,5 miliardi di euro, ma ne hanno versati soltanto 11,2 al fisco. Un dato che corrisponde a una pressione fiscale effettiva del 24,2%, percentuale che Unimpresa definisce senza mezzi termini “paradisiaca”.
L’accusa arriva dal Centro studi di Unimpresa, sulla base di un’analisi condotta con dati della Banca d’Italia e delle tabelle allegate al disegno di legge di bilancio 2026. Secondo l’associazione, il carico fiscale sulle banche italiane sarebbe di gran lunga inferiore rispetto a quello che grava su imprese e lavoratori.
Un sistema che macina utili
Nel solo 2024, il comparto bancario ha registrato un fatturato complessivo di 110,1 miliardi di euro, con 64,4 miliardi provenienti esclusivamente dai margini d’interesse legati all’attività di prestito.
Ma è guardando gli ultimi sette anni che emerge il quadro completo di un trend ormai strutturale:
- Utili netti cumulati (2018-2024): 162 miliardi di euro
- Imposte versate: 33,9 miliardi
- Tax rate medio: 20,9%
Numeri che, secondo Unimpresa, certificano una forte sproporzione rispetto al sistema produttivo nazionale, in particolare per quanto riguarda le piccole e medie imprese, che spesso affrontano una pressione fiscale superiore al 60% dei loro utili.
Confronto impietoso: banche vs PMI
Analizzando i dati annuali medi del settore bancario negli ultimi sette anni:
- Ricavi medi annui: 89,5 miliardi
- Di cui da attività creditizia: 47,3 miliardi
- Utile netto medio annuo: 23,1 miliardi
- Tasse versate in media ogni anno: 4,8 miliardi
Questi numeri confermano una realtà difficile da ignorare: mentre le banche pagano in media il 20%, le imprese – soprattutto le PMI – arrivano a subire carichi fiscali reali anche tripli.
“È evidente che siamo di fronte a una pressione fiscale assai distante e più leggera rispetto a quella che grava sul sistema produttivo nazionale”, afferma Paolo Longobardi, presidente di Unimpresa.
Le novità della manovra 2026
Nonostante le criticità, il settore bancario dovrà fare i conti con alcune nuove misure previste dalla legge di bilancio 2026, che avranno un impatto stimato di 9,5 miliardi di euro nel triennio 2026-2028.
Ecco i principali interventi:
- Sospensione della deduzione Dta (art. 22): 3,3 miliardi in due anni
- Aumento Irap dal 4,65% al 6,65%: impatto di 3,27 miliardi
- Limitazione deducibilità interessi passivi: 913 milioni
- Beneficio una tantum da affrancamento extraprofitti 2023: 1,65 miliardi nel 2026
- Nuova deducibilità perdite su crediti: risparmio di 316 milioni
L’effetto sarà più marcato nei primi due anni: 3,9 miliardi nel 2026 e altrettanti nel 2027, mentre nel 2028 il peso si ridurrà a 1,6 miliardi.
Equilibrio tra tassazione e stabilità
Secondo Paolo Longobardi, il nuovo contributo richiesto al sistema bancario è da considerarsi equilibrato:
“Il contributo richiesto al sistema bancario appare complessivamente equilibrato rispetto agli utili record registrati negli ultimi esercizi, che hanno beneficiato del prolungato rialzo dei tassi di interesse. È giusto che una parte di quei profitti straordinari contribuisca al consolidamento dei conti pubblici.”
Ma l’equilibrio, avverte Longobardi, va gestito con attenzione, soprattutto in un momento economico ancora incerto:
“Purché ciò non comprometta la capacità degli istituti di sostenere famiglie e imprese.”
La richiesta di dialogo con l’ABI
Unimpresa sollecita un confronto approfondito tra Governo e ABI prima dell’approvazione definitiva della legge di bilancio, per garantire che le nuove misure non compromettano la stabilità del sistema creditizio.
“Il dialogo tra esecutivo, banche e rappresentanze imprenditoriali può favorire un assetto normativo condiviso e sostenibile, capace di evitare effetti distorsivi sul credito e sulla crescita.”
Una pressione fiscale “a due velocità”
Il tema centrale sollevato da Unimpresa resta comunque la diseguaglianza fiscale tra il sistema bancario e quello produttivo. Una doppia velocità che, secondo molti osservatori, potrebbe danneggiare la competitività delle piccole imprese italiane, già alle prese con margini ridotti e accesso al credito sempre più difficile.
Il dibattito, dunque, resta aperto: è sostenibile un sistema in cui chi guadagna di più versa una percentuale minore di imposte? È possibile, al tempo stesso, tutelare la stabilità bancaria senza sacrificare equità fiscale?
Domande che il Parlamento dovrà affrontare con attenzione nei prossimi mesi, ascoltando tutte le voci in campo.


