La ricerca “Giovani e il lavoro” condotta dall’Università Liuc, con il supporto di Fsi e presentata al Convegno nazionale Giovani Imprenditori a Rapallo, rivela una situazione preoccupante per i giovani italiani. Circa il 40% di chi ha tra i 15 e i 35 anni lavora con contratti precari, come autonomi o a termine. Inoltre, il 18% rientra nella categoria dei Neet (not in education, employment or training), giovani che non studiano, non lavorano e non seguono percorsi formativi. Questo dato evidenzia un’esclusione significativa dalla vita economica del Paese, con ripercussioni sul futuro sociale e produttivo dell’Italia.
Disoccupazione e divari regionali
Nel 2023, il tasso di disoccupazione giovanile tra i 15 e i 35 anni ha raggiunto il 13%, con punte drammatiche al Sud (23,1%) e nelle Isole (24,1%). Questi numeri contrastano con il 4,4% della Germania e il 10,8% della Francia, evidenziando un divario competitivo con altri Paesi europei. I giovani senza diploma risultano i più penalizzati: il 19,9% di loro è inattivo, un dato che sottolinea la necessità di interventi mirati per favorire l’inclusione lavorativa di questa fascia.
Redditi bassi e gap con l’Europa
Anche tra i giovani occupati emergono criticità. Un laureato italiano percepisce un reddito netto annuo medio di circa 18.000 euro, a parità di potere d’acquisto, contro i quasi 30.000 euro di un laureato tedesco. Questo divario retributivo, combinato con l’instabilità contrattuale, limita le prospettive di crescita economica e professionale dei giovani italiani. La ricerca Liuc evidenzia come tali condizioni spingano molti a cercare opportunità all’estero, impoverendo il capitale umano del Paese.
Accesso al mercato immobiliare
Le difficoltà economiche si riflettono anche nell’accesso al mercato immobiliare. A Milano, un giovane dovrebbe destinare fino al 90% del reddito mensile per affittare un appartamento con due camere da letto. Percentuali elevate si registrano anche a Venezia (77%) e Roma (75%). Questi costi, insostenibili per molti, ostacolano l’indipendenza abitativa e alimentano il senso di precarietà tra le nuove generazioni.
Emigrazione giovanile in crescita
La fuga di cervelli rappresenta un fenomeno in espansione. Nel 2013, circa 12.000 giovani sotto i 39 anni hanno lasciato l’Italia; nel 2023, questo numero è salito a 29.000. Anna Gervasoni, rettrice della Liuc, lancia un allarme: “Se i giovani lasciano il nostro Paese per lavorare all’estero, significa che abbiamo perso l’occasione di costruire una classe imprenditoriale e manageriale che possa guidare lo sviluppo e la crescita dell’economia reale italiana. Dobbiamo invertire questa tendenza creando un percorso di crescita economico e professionale che stimoli i giovani a pensare che restare in Italia sia una scelta vincente e non un ripiego”.


