Midterm Usa 2026, governo diviso più probabile: cosa cambia per Trump, mercati e Fed

Donald Trump
Lombard Odier vede un Congresso diviso dopo le elezioni del 3 novembre: meno spazio legislativo per Trump, ma continuità su dazi e politica estera.

Le elezioni di midterm del 3 novembre 2026 potrebbero consegnare agli Stati Uniti un Congresso diviso, con i democratici favoriti per conquistare la Camera e una corsa al Senato diventata molto più aperta. È lo scenario delineato in un comunicato da Samy Chaar, Chief Economist e CIO Switzerland di Banque Lombard Odier & Cie SA, e Filippo Pallotti, Macro Strategist. Per gli investitori, la conseguenza principale sarebbe un mandato politico più ristretto per il presidente Donald Trump, senza una modifica altrettanto ampia dell’impostazione economica e commerciale degli Stati Uniti.

La Camera può cambiare maggioranza, il Senato è diventato più incerto

Lo scenario di base elaborato dai due economisti vede i democratici conquistare la Camera dei Rappresentanti.

Anche le prospettive repubblicane al Senato si sono però indebolite. Una maggioranza democratica nella camera alta, inizialmente considerata meno probabile, viene ora ritenuta una possibilità più credibile.

Tra i segnali osservati c’è il Texas, Stato che dal 1993 elegge soltanto repubblicani al Senato. La competizione per il seggio ha acquisito rilievo nazionale e costringe il partito a impiegare risorse in una corsa che in passato sarebbe stata considerata più sicura.

Il candidato repubblicano sostenuto da Trump è stato definito da altri senatori del suo stesso partito: “eticamente discutibile”.

Per Chaar e Pallotti, la situazione texana segnala una riduzione del sostegno nazionale ai repubblicani.

Trump resta la figura dominante della politica americana, ma il calo del suo indice di gradimento pesa soprattutto sui candidati più strettamente associati alla Casa Bianca.

Perdere una Camera alle midterm non sarebbe un’eccezione

Un eventuale arretramento del partito del presidente rientrerebbe in una dinamica già osservata nella politica statunitense.

Negli ultimi vent’anni ogni presidente americano ha perso il controllo di almeno una delle due camere del Congresso in seguito alle elezioni di metà mandato.

Un Congresso diviso ridurrebbe però la capacità della Casa Bianca di approvare nuova legislazione di ampia portata.

Con una Camera controllata dai democratici diventerebbe più difficile introdurre ulteriori tagli fiscali, grandi programmi di spesa o riforme strutturali.

AreaEffetto di un Congresso diviso
Nuove leggi fiscaliSpazio molto più ridotto
Grandi programmi di spesaPiù difficili da approvare
Dazi e misure commercialiAmpia continuità
Politica estera e sanzioniRestano soprattutto nelle mani del presidente
Nomine federaliPiù difficili con un Senato democratico
Politica fiscalePercorso in larga parte già determinato

Dazi e commercio resterebbero nelle mani della Casa Bianca

La politica commerciale rappresenta uno dei terreni sui quali le elezioni potrebbero incidere meno.

L’amministrazione Trump ha utilizzato poteri esecutivi esistenti per imporre dazi e altre misure commerciali senza cercare sistematicamente l’approvazione del Congresso.

Anche con un governo diviso, la Casa Bianca conserverebbe quindi un ampio margine d’azione su questo fronte, salvo eventuali interventi della Corte Suprema.

Lo stesso vale per regolamentazioni minori gestite dalle agenzie federali. Gli autori si attendono inoltre un ricorso più frequente agli ordini esecutivi.

Anche la politica estera, comprese le sanzioni, rimarrebbe in larga misura nelle competenze presidenziali.

Chaar e Pallotti ritengono però che ulteriori interventi statunitensi, dopo gli attacchi compiuti all’inizio dell’anno per rovesciare il presidente venezuelano e mentre continua il conflitto con l’Iran, potrebbero aumentare le tensioni politiche interne e ridurre ulteriormente il consenso per Trump.

Il voto può aumentare la volatilità prima e dopo il 3 novembre

Una parte del rischio riguarda il processo elettorale stesso.

L’amministrazione continua a mettere in discussione l’integrità del sistema elettorale americano e sostiene regole di voto più restrittive in diversi Stati.

Trump continua inoltre a non riconoscere la sconfitta nelle presidenziali del 2020 e non si è finora impegnato ad accettare il risultato delle elezioni di midterm del 2026.

Il sistema elettorale decentralizzato degli Stati Uniti impedisce a un presidente di ribaltare direttamente il risultato a livello nazionale, ma contestazioni sulle procedure, dubbi sulla legittimità del voto o ricorsi contro risultati sfavorevoli potrebbero alimentare incertezza politica e volatilità sui mercati.

Il risultato potrebbe essere infine certificato senza modifiche, ma il percorso potrebbe diventare più turbolento.

Shutdown più probabili con un Congresso spaccato

Un’altra conseguenza riguarda i rapporti tra Congresso e amministrazione.

Una Camera guidata dai democratici potrebbe intensificare il controllo sull’operato della Casa Bianca e aumentare la frequenza degli scontri sui finanziamenti federali.

Da qui deriverebbe un rischio maggiore di government shutdown, cioè sospensioni parziali delle attività federali dovute al mancato accordo sulle risorse.

Questi episodi possono generare molta attenzione politica e movimenti di breve periodo sui mercati, anche quando l’effetto economico più duraturo resta limitato.

Più contenuta appare invece la probabilità che un eventuale procedimento di impeachment possa portare alla rimozione di Trump.

La Camera democratica potrebbe aprire indagini o avviare una procedura, ma per destituire un presidente servono i due terzi dei voti al Senato. Una soglia che rimarrebbe difficilmente raggiungibile anche con una stretta maggioranza democratica.

La politica fiscale entrerebbe in “pilota automatico”

Sul fronte dei conti pubblici, una parte rilevante del percorso dei prossimi anni è stata già definita nel 2025 attraverso il One Big Beautiful Bill, approvato durante il primo anno dell’amministrazione sfruttando la maggioranza repubblicana al Congresso.

Con almeno una Camera in mano ai democratici diventerebbe difficile modificare in modo ampio quella traiettoria.

La politica fiscale procederebbe quindi sostanzialmente con il “pilota automatico”.

Secondo l’analisi, il sostegno fornito alla crescita dalla politica fiscale dovrebbe diminuire nei prossimi trimestri, trasformandosi gradualmente in un moderato fattore di freno.

Misure fiscali e incentivi agli investimenti continueranno a offrire sostegno, mentre i tagli a Medicaid e ad altre spese sociali inizieranno a pesare sulla crescita dalla seconda metà del 2026.

Gli autori interpretano la sequenza come una scelta della Casa Bianca: anticipare i tagli fiscali e rinviare quelli ai benefici sociali per limitarne l’impatto politico prima delle elezioni.

Una maggioranza democratica al Senato inciderebbe anche sulle nomine Fed

Il Senato potrebbe avere un peso rilevante anche al di fuori della legislazione economica.

Se i democratici conquistassero sia Camera sia Senato, la conferma di giudici, membri del governo e nomine alla Federal Reserve richiederebbe il loro sostegno.

La Casa Bianca avrebbe quindi meno spazio per proporre figure politicamente controverse.

La nuova distribuzione dei seggi potrebbe incidere anche sulle decisioni dell’ex presidente della Fed Jerome Powell circa la permanenza nel consiglio della banca centrale.

Secondo Chaar e Pallotti, una maggioranza democratica in entrambe le camere potrebbe convincere Powell che la Casa Bianca avrebbe meno possibilità di imporre una candidatura basata principalmente su criteri politici, rendendo più agevole una sua eventuale uscita dal board.

Per le Borse la volatilità elettorale potrebbe restare temporanea

Lombard Odier non interpreta un eventuale calo dei mercati azionari in prossimità delle midterm come l’inizio necessario di un deterioramento duraturo.

L’esperienza storica citata dagli autori mostra che fasi di debolezza precedenti alle elezioni di metà mandato sono state spesso seguite da rendimenti azionari migliori quando l’incertezza politica è diminuita.

Un Congresso diviso, nella loro lettura, produrrebbe soprattutto continuità delle politiche già impostate, più che una loro completa revisione.

Eventuali ribassi legati al voto rifletterebbero quindi soprattutto il sentiment degli investitori e la maggiore tensione politica.

Per i mercati, il 3 novembre potrebbe così restringere il margine legislativo della Casa Bianca senza cambiare la direzione di fondo su dazi, politica estera e conti pubblici.

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