L’Italia cresce poco, investe ancora troppo poco nel capitale umano e rischia di perdere terreno nei settori a maggiore contenuto tecnologico. Sono alcuni dei nodi affrontati da Michelangelo Vasta, professore ordinario di Storia Economica presso il Dipartimento di Economia Politica e Statistica dell’Università degli Studi di Siena, in un’intervista a Capitalist.
Dalla specializzazione produttiva del Paese al ruolo del turismo, fino all’università, alla ricerca, al divario territoriale e alla qualità delle istituzioni, Vasta individua nell’investimento in capitale umano e nell’innovazione una delle condizioni per sostenere la crescita economica nel lungo periodo. Nel confronto con Capitalist, il professore affronta anche il tema delle università telematiche, delle risorse destinate all’istruzione, delle infrastrutture e delle priorità che, a suo giudizio, dovrebbero orientare le future politiche economiche italiane.
Come vede oggi la situazione economica italiana, al di là delle congiunture internazionali (guerra Russia-Ucraina, Golfo di Hormuz) e dei vincoli energetici, dal punto di vista strutturale?
L’economia italiana è bloccata da una scelta di specializzazione produttiva sbilanciata verso il turismo. Il turismo è un settore a basso valore aggiunto, caratterizzato da salari bassi e scarsissima tecnologia. L’Italia si sta impoverendo poiché perde le sue poche specializzazioni ad alta tecnologia. Un Paese di 60 milioni di abitanti non è una piccola isola caraibica e non può reggersi sul turismo o su settori industriali tradizionali, lontani dalla frontiera tecnologica; ha la necessità di mantenere un’industria ad alto livello basata sulla tecnologia.
Capitale umano e università telematiche
Qual è la situazione del capitale umano in Italia e cosa ne pensa dell’aumento degli iscritti all’università e del boom delle università telematiche?
L’Italia soffre di uno scarso investimento in capitale umano. Sebbene ci siano ottimi laureati, essi sono complessivamente troppo pochi. L’apparente aumento dei laureati è in realtà legato alla diffusione delle università telematiche for profit, che rilasciano titoli di studio a fronte di standard formativi spesso molto bassi, creando una concorrenza scorretta verso le università pubbliche e private trasparenti (come Bocconi o LUISS). Le università a scopo di lucro dovrebbero essere proibite.
Le università telematiche non sono state create per alzare il livello di istruzione dei lavoratori che altrimenti non potrebbero permettersi l’università?
Potrebbero avere un senso teorico per innalzare il livello formativo dei lavoratori, ma all’atto pratico mostrano un livello di controllo della qualità bassissimo. Gli esami online avvengono senza reali controlli (con studenti che superano moltissimi esami in una sola sessione). Statisticamente generano più laureati, ma nella realtà non si tratta di veri percorsi accademici.
Ruolo dello Stato, istruzione e infrastrutture
Affidarsi allo Stato può essere controproducente per costruire una buona società?
L’intervento pubblico è fondamentale quando viene realizzato in modo appropriato. Servono grandi investimenti pubblici nell’istruzione e nelle strutture scolastiche, che in molti casi (specialmente al Sud) sono fatiscenti. Occorre intervenire sui servizi per le scuole materne e gli asili nido: le giovani madri non riescono a gestire la propria vita senza l’aiuto dello Stato, ed è solo garantendo tali servizi che si può contrastare il grave problema del calo demografico in Italia.
Quali interventi specifici andrebbero fatti per il sistema universitario e la spesa pubblica?
L’università pubblica soffre di una grave carenza di risorse per fare ricerca, oltre che di strutture e strumentazioni scarse o obsolete. Bisognerebbe incrementare notevolmente gli investimenti nell’università per riallinearsi alla media europea e valutare l’introduzione dell’università gratuita (a fronte di regole precise sul merito). I fondi dovrebbero essere reindirizzati tagliando le risorse spese tramite PNRR in infrastrutture o grandi opere poco utili o non prioritarie (come il Ponte sullo Stretto di Messina, a fronte di regioni come la Sicilia che ancora necessitano di trasporti ferroviari adeguati e reti idriche efficienti).
Istituzioni, divario Nord-Sud e ricette di governo
Qual è il ruolo delle istituzioni nello sviluppo economico?
Come evidenziato anche dagli studi dell’economista Daron Acemoglu (Premio Nobel), le istituzioni adeguate rappresentano il driver principale della crescita economica. Avere istituzioni adeguate significa contrastare l’evasione fiscale (liberando risorse per la sanità e le infrastrutture) e garantire la legalità e la certezza del diritto. Laddove mancano la certezza del diritto o il corretto funzionamento dell’amministrazione (es. il catasto), gli imprenditori non riescono a investire. Le istituzioni di tipo “estrattivo” frenano il potenziale di crescita del Paese.
Qual è la prima manovra o riforma che consiglierebbe al futuro governo?
La priorità assoluta deve essere un imponente piano di investimento sul capitale umano e sull’istruzione come motore di sviluppo. Ciò deve includere:
- Asili nido e scuole materne gratuiti per sostenere la natalità e le famiglie.
- Riqualificazione delle strutture delle scuole primarie e secondarie superiori.
- Investimenti massicci nell’università e nella ricerca, essenziali per evitare che l’Italia perda del tutto il proprio ruolo economico a livello globale.


