Meta dichiara guerra alle truffe con il riconoscimento facciale

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Meta testa un sistema di riconoscimento facciale per combattere le truffe con celebrità su Instagram e Facebook. Il sistema, in fase di sperimentazione, solleva dubbi sulla privacy.

Meta, l’azienda proprietaria di Facebook, Instagram e WhatsApp, sta testando un nuovo sistema di riconoscimento facciale per contrastare le truffe che utilizzano le immagini delle celebrità.

Il sistema, in fase di sperimentazione su Instagram e Facebook, mira a rendere le piattaforme social “più difficili da utilizzare per i truffatori”.

Come funziona il sistema

I truffatori spesso utilizzano l’intelligenza artificiale e immagini false di celebrità o personaggi pubblici per incoraggiare gli utenti a interagire con i loro annunci sponsorizzati (ADS).

Questi annunci reindirizzano a siti web fraudolenti dove viene richiesto di condividere informazioni private o inviare denaro. Ebbene, il nuovo sistema di riconoscimento facciale di Meta confronta le immagini delle celebrità utilizzate negli annunci sospetti con le immagini del loro profilo. In caso di corrispondenza e se l’annuncio è una truffa, il messaggio pubblicitario viene immediatamente bloccato.

Risultati promettenti

I primi test hanno evidenziato “risultati promettenti” in termini di velocità ed efficacia nell’individuare e bloccare gli annunci truffa che sfruttano le immagini dei VIP.

A tal proposito, le 50.000 celebrità coinvolte nella sperimentazione a livello globale sono state informate tramite una notifica in-app che spiegava l’inserimento automatico nel programma e forniva dettagli su come revocare il consenso.

Precedenti controversie

Non si tratta del primo tentativo di Meta nel campo del riconoscimento facciale. Nel 2021, l’azienda è stata costretta a ritirare la funzione di tagging fotografico “riconoscimento facciale” di Facebook e ad affrontare due cause legali. La prima, risolta con un accordo da 650 milioni di dollari, per violazione della normativa sulla privacy, e la seconda, risolta con un accordo da 1,4 miliardi di dollari, per l’uso della tecnologia senza autorizzazione.

Questioni di privacy

Nonostante Meta abbia sottoposto il nuovo sistema a una revisione “robusta” in materia di privacy, coinvolgendo “autorità di regolamentazione, esperti, responsabili politici e altri stakeholder chiave”, permangono dubbi sulle leggi in materia. Meta si rifiuta di testare il sistema nel Regno Unito e nell’Unione Europea, dove sono in vigore normative complete sulla protezione dei dati. Lo stesso vale per la Corea del Sud, dove le leggi sulla privacy dei dati sono stringenti, e per gli Stati americani del Texas e Illinois, in cui sono in vigore alcune delle normative più severe sulla gestione dei dati biometrici.

Come stanno le cose in Europa

In Europa, l’utilizzo del riconoscimento facciale è regolamentato da normative rigorose, in particolare dall’AI Act, un regolamento che stabilisce le linee guida per l’intelligenza artificiale.

Ecco i punti chiave riguardanti la regolamentazione

  • Divieto di utilizzo indiscriminato: l’AI Act vieta il riconoscimento facciale indiscriminato nei luoghi pubblici, mirato a prevenire pratiche invasive e la sorveglianza di massa. Tuttavia, ci sono eccezioni specifiche: a) indagini su reati gravi (come omicidio e rapimento); b) utilizzo in ‘differita’ (analisi delle immagini registrate da telecamere di sorveglianza per identificare sospetti o persone condannate in fuga).
  • Necessità di autorizzazione: qualsiasi utilizzo del riconoscimento facciale deve essere accompagnato da un’autorizzazione legale, garantendo così un controllo giuridico sull’applicazione della tecnologia.

In linea con l’AI Act, il Consiglio d’Europa ha adottato linee guida che raccomandano l’uso del riconoscimento facciale solo quando strettamente necessario per la sicurezza pubblica e richiedono una valutazione dei rischi associati all’uso di tali tecnologie.

Tutto l’opposto di quanto avviene, ad esempio, in Cina, dove il riconoscimento facciale è ampiamente utilizzato senza le stesse restrizioni. Lì la tecnologia è integrata nella vita quotidiana attraverso telecamere di sorveglianza diffuse, utilizzate per il controllo sociale e la sicurezza pubblica. In Cina, infatti, non esistono leggi equivalenti al GDPR che tutelino i diritti dei cittadini in questo ambito. La privacy individuale è spesso subordinata agli obiettivi dello Stato e alla sicurezza pubblica, e la popolazione è generalmente più abituata a forme di sorveglianza rispetto ai cittadini europei o americani.

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