Nel pieno di una delle crisi più delicate degli ultimi anni in Medio Oriente, la Presidente del Consiglio italiana Giorgia Meloni ha compiuto una visita lampo nei Paesi del Golfo che va ben oltre il valore simbolico.
Difatti, in poco più di 48 ore, la premier ha toccato Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti, diventando il primo leader europeo a recarsi nella regione dall’inizio del conflitto.
Una missione tenuta riservata fino all’ultimo per motivi di sicurezza, ma che rappresenta un passaggio chiave nel riposizionamento diplomatico dell’Italia in uno scenario internazionale sempre più instabile. Una missione breve, ma strategica, con un viaggio che non è un semplice obbligo istituzionale bensì un messaggio che lascia trasparire degli obiettivi chiari e concreti, che non si limitano ad esprimere vicinanza e solidarietà ai partner commerciali del Golfo sotto aspro attacco, illogico ed immotivato, da parte dell’Iran, ma serve, in un momento di assoluta incertezza energetica, ad assicurarsi in prima persona degli approvvigionamenti verso il Belpaese, a rinsaldare le relazioni economico-industriali attualmente in essere ed aprire un canale diplomatico per non rinunciare alla cosiddetta de-escalation, termine ultimamente molto di moda, giustamente mi sento di dire, visto che la diplomazia è la via primaria per la risoluzione di ogni conflitto.
La Presidente Meloni ha così riaffermato la linea non offensiva dei Paesi del Golfo, che fino ad ora si sono limitati a difendersi, più che egregiamente visto l’attacco senza precedenti, a seguito delle dichiarazioni ufficiali di qualche giorno prima della sua visita, dove alle Camere ha riferito che l’Italia non si unirà al conflitto contro l’Iran, per buona pace dell’asset USA-Israele, che ha invece intensificato negli ultimi giorni non solo gli attacchi aerei nel Paese dei Pasdaran, ma anche in Libano, dove le rappresaglie vedono anche una cospicua partecipazione di truppe di fanteria di terra.
Con questa presa di posizione quindi la presenza italiana “non è simbolica”, ma legata alla difesa dell’interesse nazionale in una fase in cui sicurezza ed economia sono strettamente connesse, poiché il vero cuore della missione è il “nodo energia”, in quanto il Golfo rappresenta una componente fondamentale per l’equilibrio energetico europeo, e in particolare italiano.
Quando circa il 10% del gas italiano proviene dal Qatar e circa il 15% del petrolio arriva complessivamente dall’area del Golfo, in un contesto segnato dalla crisi dello Stretto di Hormuz e dagli attacchi alle infrastrutture energetiche, il rischio è concreto: interruzioni dei flussi, aumento dei prezzi e impatto diretto su imprese e famiglie europee.
Per questo motivo, la visita ha avuto come priorità assoluta il rafforzamento della cooperazione energetica e la continuità degli investimenti, in particolare quelli di grandi gruppi italiani come ENI.
Oltre all’energia, il viaggio ha avuto una forte componente geopolitica da non trascurare, poiché la premier ha incontrato i principali leader della regione, tra cui: il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, l’emiro del Qatar Sheikh Tamim bin Hamad Al-Thani e il presidente degli Emirati Sheikh Mohamed bin Zayed Al Nahyan.
Al centro dei colloqui, come sempre, il ruolo dell’Italia, già impegnata nel supporto ai Paesi del Golfo con sistemi di difesa, si è proposta come partner attivo anche nella ricostruzione delle infrastrutture colpite e nel mantenimento della stabilità regionale.
A prescindere della durata flash della visita, ciò che sorprende significativamente è il timing.
Essere il primo leader europeo a recarsi nella regione in piena crisi significa sicuramente posizionarsi come interlocutore diretto nei dossier strategici, rafforzare il ruolo dell’Italia nel Mediterraneo allargato e dimostrare capacità di iniziativa in uno scenario dove l’Europa appare spesso reattiva più che proattiva.
In un momento in cui altri Paesi europei mantenevano una fredda distanza operativa, discutibile a dire il vero, il governo di Roma ha scelto la diplomazia della presenza.
Ovviamente questa missione lampo, come spesso accade, ha generato anche reazioni contrastanti in Italia, cavalcando il momento di critiche e vacillamento dei consensi già presente, alla luce dei risultati ottenuti dal referendum popolare e dalle dimissioni di tre ministri chiave del governo Meloni, schierando da un lato chi ha definito questa manovra una scelta “politicamente intelligente”, capace di rafforzare la posizione internazionale del Paese.
Dall’altro, ha infiammato le opposizioni che l’hanno criticata come un’operazione d’immagine in un contesto politico interno complesso, come se dare centralità alla situazione del Golfo potesse distogliere dalla moltitudine di problemi concreti che lo Stato italiano ha, oggettivamente e irrimediabilmente, vista la molteplicità di criticità in tutti i settori.
La presenza del Premier italiano però, a mio modo di vedere, richiama la centralità assoluta del Golfo in settori nei quali indubbiamente è protagonista mondiale, come energia, sicurezza, logistica e finanza, che si intrecciano in una regione che oggi incide direttamente sugli equilibri economici europei e, parallelamente, anche mondiali.
A prescindere dalle opinioni personali, in un mondo segnato da crisi simultanee e interdipendenti, la capacità di essere presenti nei luoghi dove si decidono le partite strategiche diventa un fattore determinante.
È bene che gli italiani considerino anche questo importante accadimento quando chiamati ad esprimere il proprio diritto di voto, magari anche in caso di imminenti eventuali elezioni anticipate, poiché un elemento che non dovrebbe passare inosservato è che un Paese come l’Italia, per la sua centralità storica e importanza intrinseca, in situazioni come queste non può limitarsi a guardare.


