Risoluta ed energica, si sveglia presto al mattino e lavora molte ore al giorno. Di sé dice di essere determinata ma sono i suoi occhi che parlano per lei: basta osservarla anche per poco. Occhi che brillano, che pensano a come migliorare il presente, a come progettare un futuro migliore, non soltanto per sé e la sua azienda ma per quanti la circondano, e in modo particolare per le donne, suo motivo di impegno da sempre.
Lei è Marcella Cannariato, amministratore unico di A&C Broker, azienda di punta nel campo del brokeraggio assicurativo con sede a Palermo, la sua città.
Inserita nel 2019 dalla prestigiosa rivista Forbes fra le 100 donne leader italiane, è anche referente per la Sicilia della Fondazione Marisa Bellisario, che dal 1989 valorizza il talento e il merito delle donne promuovendo le pari opportunità.
Non finisce qui, perché Marcella Cannariato è anche consigliere di indirizzo della Fondazione Teatro Massimo e consigliere di Sicily By Car e di Dragotto Holding.
Molto altro si potrebbe aggiungere su di lei, ma si rischierebbe di essere prolissi: basti dire che è una donna che crede fortemente e con tenacia in tutto quello che fa e che rivendica con orgoglio le proprie scelte.
Capitalist.it ha intervistato Marcella Cannariato: ci ha raccontato la sua esperienza, parlando del presente e delle prospettive future delle imprese, di cosa è necessario per stare al passo con i tempi e ovviamente delle donne.
Come ha avuto inizio la sua carriera?
Avevo 18 anni ed ero una ragazza ribelle. Litigai con mio padre che mi stracciò il figlio rosa rifiutandosi di comprarmi la famosa Fiat 500 che mi aveva promesso e che a me piaceva tanto.
Per rendermi autonoma, andai a lavorare in un’agenzia di assicurazioni gestita da un amico di famiglia, che io chiamavo zio, ed iniziai a conoscere i fondamenti del mio lavoro.
Ero la disperazione di mio padre (sorride, ndr), perché lui voleva che io mi impegnassi solo nello studio, ma il lavoro per me era studio a tutti gli effetti, perché apprendevo ogni giorno.
All’inizio non venivo pagata, lo zio mi teneva nel suo ufficio per acquietarmi e far stare più tranquillo papà. Osservavo cosa facevano gli impiegati dell’ufficio, giorno dopo giorno. Dopo qualche mese cominciai a guadagnare, mentre continuavo ad imparare. Ho imparato molto, talmente tanto che, dopo un anno e mezzo, ero io la capoufficio.
Ricordo quegli anni con grande piacere, sono stati determinanti, fondamentali. Ero una spugna. Basta assorbire, imparare, migliorarsi sempre. Sono una spugna tuttora, è questo il mio approccio alla vita e al lavoro. Alla mia età imparo ancora. Chi si considera “arrivato” non va da nessuna parte, e prima o poi si troverà davanti alla china, alla discesa.
Lei è un’imprenditrice di successo in un settore tradizionalmente maschile come quello assicurativo. Quali sfide ha dovuto affrontare e quali strategie ha adottato per affermarsi?
Quello assicurativo, per fortuna, non è più un settore soltanto maschile, ed è stato interessato recentemente da molti cambiamenti. Intanto noi donne oggi siamo più istruite, seguiamo percorsi universitari o di formazione sempre più performanti, quindi molte donne che non riescono a trovare il cosiddetto “impiego stabile” preferiscono fare la libera professione, come appunto il broker assicurativo. Non è però un mestiere che si può improvvisare: occorre studiare, e anche tanto.
Si lavora con codici alla mano e bisogna essere dotati di una grande capacità di mediazione.
Io ho iniziato tanto tempo fa, e oggi dico che è bellissimo essere la più anziana, perché così l’ultima parola è sempre la mia! Scherzi a parte, tornando ai miei inizi, devo riconoscere che la società era totalmente diversa. Per carità, è cambiato molto ma non tutto, e molte cose mi lasciano ancora parecchio interdetta. Ad esempio: noi donne, rispetto agli uomini, abbiamo voti più alti al liceo e ci laureiamo in tempo con punteggi più alti. Siamo ancora noi donne a specializzarci di più. Il 70 per cento delle donne si iscrive a facoltà universitarie come Medicina, Lettere, Sociologia. Poche studiano Gestione aziendale. Dovremmo capire che oggi occorre essere più “tecniche”, scegliere le materie Stem (scienze, tecnologia, ingegneria e matematica, ndr), perché aprono reali percorsi lavorativi. Mi riferisco ancora al mio esempio: tante donne studiano Medicina, ma quante ricoprono posizioni apicali nel sistema sanitario? Ancora troppo poche. Andiamo a vedere cosa accade nelle nostre università: quante sono le rettrici donne? In Sicilia abbiamo l’esempio virtuoso dell’Università di Messina che ha nominato una donna, e che mi auguro, venga seguito anche da altri atenei. Quindi le cose sono cambiate ma non così tanto da poter dire che siamo finalmente approdate alla parità di genere.
Per quanto mi riguarda, mi sono imposta grazie al mio carattere, alla mia determinazione.
Ho sempre avuto ed ho le idee molto chiare circa gli obiettivi che volevo e voglio raggiungere.
Cosa significa per lei essere una donna leader oggi?
Significa riuscire ad essere di esempio non solo per le donne ma per tutti. Con i fatti e non soltanto a parole. Se si parla di parità di genere e presenza delle donne nelle aziende, ebbene, questo principio deve diventare realtà. La svolta vera è rappresentata da quello che io chiamo “nuovo umanesimo imprenditoriale”. La persona sta al centro dell’organizzazione aziendale, che di riflesso è attenta alle esigenze dei collaboratori. Nella mia azienda sono le persone a stare al centro, e badi bene che io non li chiamo sbrigativamente “dipendenti”. Sono i miei collaboratori, coloro che lavorano tanto e anche bene, che mi hanno aiutata a far diventare grande la mia azienda.
Non soltanto. Ogni azienda deve diventare lo specchio del territorio in cui affonda le proprie radici, e lo specchio dei propri clienti. La mia azienda ha sede a Palermo ma molte donne che gestiscono aziende del Triveneto sono tra le nostre clienti, perché siamo, io ed i miei collaboratori, uno specchio anche per loro, si riconoscono nei nostri valori.
E poi, è necessario un processo di formazione continuo: ogni collaboratore deve essere formato per approdare meglio al mercato nazionale ed internazionale. Senza formazione si diventa stagnanti e obsoleti in breve tempo.
Quindi, ricapitolando, sostengo con forza che bisogna mettere la persona al centro dell’azienda, formarla, renderla protagonista secondo un modello partecipativo, ascoltare, decidere e convincere tutti che la scelta fatta è quella giusta. Un capo può dare tutte le disposizioni che vuole, ma se non convince i suoi collaboratori in merito alla strategia vincente, da solo non può far nulla.
Affinché le cose funzionino bisogna essere assertivi. Non possiamo accettare che calino ordini e disposizioni dall’alto senza partecipazione, perché questo sarebbe patriarcato.
Quindi tutto avviene all’interno di un processo di confronto e condivisione?
Sì, e di convincimento. Significa dare un perimetro, indicare una direzione da seguire. E tutti devono esserne convinti.
Qual è il suo consiglio per le giovani donne che aspirano a diventare imprenditrici?
Non mi piace parlare solo di donne, preferisco parlare di tutti. A volte mi chiedono come gestisce un’azienda una donna. Io rispondo che la gestisce come un uomo, gli impegni e gli oneri sono gli stessi. La differenza sta nel fatto che nella gestione di un’azienda una donna è assertiva, si fa valere rispettando gli altri, mentre l’uomo in genere dà disposizioni e finisce lì.
Ma noi donne non dobbiamo essere il clone dell’uomo, sarebbe un gravissimo errore.
Noi siamo noi. Ai giovani in generale voglio dire di studiare, di partire per fare esperienza, ma poi tornare per trasferire il loro know how dove sono nati e cresciuti. E a questo punto non posso non constatare che c’è una grandissima differenza tra Sud e Nord Italia, perché è come se il nostro Paese fosse spaccato in due, da Roma in giù è tutta un’altra storia. Dico questo perché al Nord i giovani partono ma poi tornano, al Sud, invece, partono per non tornare mai più. Qui, purtroppo, sembra tutto difficile e quasi irrealizzabile. Non è vero, non è così, nulla è impossibile.
L’Italia e il Sud, in particolare, potrebbero essere l’Eldorado d’Europa. Noi abbiamo le fondamenta per costruire la filiera industriale del turismo, che non significa solo cibo italiano o musei. Vuol dire sapere come funzionano i car rental, gli aeroporti, il sistema dei trasporti, le attività ricettive e metterle a sistema per proporre un’offerta turistica che sia attrattiva e vincente.
Faccio un altro esempio che prende a riferimento la mia città: la Catalogna, soltanto con Gaudì, totalizza ogni anno un numero di turisti quadruplicato rispetto a quelli che arrivano a Palermo, dove abbiamo tutto, da importanti musei e reperti archeologici a spiagge meravigliose. Ma siccome nessuno qui studia come creare una filiera industriale del turismo il risultato è quello sopra accennato…Non voglio dire che in Sicilia non funziona niente, ma non posso non notare delle differenze rispetto al Nord Italia. A Venezia, e proseguo con gli esempi, ci sono grandi eventi con una certa regolarità e frequenza. Cosa che manca alla Sicilia. Qui ci accontentiamo delle sagre, e non si può andare avanti così. Bisogna organizzare grandi eventi anche nella mia, anzi, la nostra Sicilia, perché è patrimonio di tutti. E quando si organizza un grande evento bisogna essere certi che i turisti arrivino e siano interessati. I big data servono a questo, a capire dove dobbiamo dirigerci, basta studiarli. E anche se qui forse esco dal seminato, mi preme dire che credo che questo valga soprattutto per chi fa già o ambisce a fare politica, ad amministrare la cosa pubblica. La politica richiede grande conoscenza, se non hai studiato e non hai argomenti, non puoi far nulla.
Qual è l’errore più grande che ha commesso nella sua carriera e cosa ha imparato da esso? C’è qualcosa che farebbe in modo diverso?
Mi faccia pensare…dunque, forse in passato sono stata troppo veemente, e talvolta, gli altri, potrebbero essersi sentiti scavalcati. Alla fine, però, quando necessario, so stare anche quattro passi indietro. Se potessi usare la macchina del tempo e tornare a qualche anno fa, farei un figlio a 30 o 35 anni, è quello che oggi mi manca, l’unico mio rammarico. Da giovane ho scelto di non farlo perché mi sono concentrata sul lavoro, e poi il figlio non è più arrivato. Non mi sono mai sentita sminuita per questo, però oggi penso che peccato! Avere un figlio significa essere “potenti”, lasciare a qualcuno la propria eredità morale e spirituale. Dev’essere bellissimo guardare negli occhi un altro essere umano e poter dire: io sarò terra e tu sarai me.
Come vede il futuro del lavoro, in particolare per le donne, in un mondo in continua evoluzione?
Lo vedo in maniera positiva e ottimista. L’intelligenza artificiale, se adoperata bene, ci aiuterà parecchio. Ma a questo punto devo fare una constatazione in negativo nei confronti delle donne, non siamo pronte.
Quale è la soluzione?
Essere aperte al rinnovamento e formarsi, adoperarsi per diventare protagoniste di quel cambiamento tanto invocato e atteso. Dobbiamo impegnarci per capire quale approccio avere con le nuove realtà, come appunto l’intelligenza artificiale e l’industria 4.0, perché in alcune parti del mondo si è già arrivati all’industria 5.0. Dobbiamo capire che ora più che mai è il momento di essere autonome, come donne e come lavoratrici, anche perché, facendo una battuta, vorrei ricordare a tutte che il principe azzurro non c’è! Poi ognuno fa le sue scelte, però credo che la base della società sia la famiglia, che va sostenuta e agevolata con misure adeguate ad aiutare le donne che devono conciliare lavoro e famiglia, ed oggi molto più rispetto al passato. L’assegno unico è importante ma non basta, servono azioni politiche ancora più incisive e mirate.
Le donne fanno ancora molta fatica, intanto perché devono affermarsi nel mondo del lavoro, e non è semplice. E quando sei giovane e vuoi un figlio ma hai bisogno di lavorare per vivere, cosa fai? Devi fare delle scelte, spesso sofferte. Non dovrebbe essere così, perché dovremmo tutti agire per mettere le donne nelle condizioni di essere mamme e lavoratrici allo stesso tempo. E qui voglio spaziare con una riflessione-domanda: perché in Italia la scuola dell’obbligo, come la primaria, chiude tre mesi l’anno lasciando la gestione dei figli interamente sulle spalle delle famiglie? E chi non può permettersi una baby sitter come si organizza? Penso che anche la scuola dovrebbe avere un ruolo preminente nel sostegno alle famiglie e nell’educazione dei più giovani, soprattutto perché c’è sperequazione tra uomini e donne, e manca la cultura della diversità e del rispetto.
Una società dove si stuprano ancora le ragazze e si picchiano gli omosessuali non è educata come si dovrebbe. Allora credo che serva un patto solido tra società civile e istituzioni per il bene di tutti, affinché ognuno di noi possa essere utile al mondo e risorsa per gli altri. Ma per fare questo patto occorre coraggio, che deriva dal latino “avere cuore”. Ognuno di noi deve avere a cuore il bene dell’altro.
Cosa pensa delle quote rosa? Sono uno strumento efficace per raggiungere la parità di genere nel mondo del lavoro?
Le quote rosa ci hanno “educati” a iniziare a pensare che le donne sono fondamentali nelle aziende. Lella Golfo, presidente della Fondazione Marisa Bellisario, è stata prima firmataria della legge 120/2011 che ha introdotto in Italia le quote di genere nei Consigli di Amministrazione e nei collegi sindacali delle società quotate e controllate dalle pubbliche amministrazioni.
Se questa legge non fosse stata approvata noi oggi non saremmo nei Cda.
Condizioni di pari opportunità sono secondo me imprescindibili anche nelle istituzioni: il nostro Paese ha sinora avuto poche ministre, e questo non va bene.
Perché noi donne abbiamo una “potenza” che gli uomini – non me ne vogliano – non hanno: possiamo dare la vita e quindi abbiamo un approccio diverso a tutto, siamo più attente e comprensive. E le nostre competenze servono, eccome se servono.
Mi auguro che tra vent’anni le donne ricoprano ruoli apicali nelle aziende e nelle istituzioni.
Ma c’è tanto lavoro da fare in questo senso, il nostro Paese è ancora indietro.
Quali sono gli ostacoli principali che impediscono alle donne di raggiungere posizioni di leadership?
Sono ostacoli culturali. E poi, non essendoci conciliazione tra le attività familiari e quelle lavorative, le donne fanno dei ragionamenti, e delle scelte.
Non dico che una donna che ha partorito deve stare sei mesi a casa, perché la maternità non è una malattia, ma deve essere messa nelle condizioni di poter guadagnare quanto le consenta di pagare un asilo nido. Le donne che non possono permettersi di sostenere una retta mensile, ad esempio proprio dell’asilo, restano a casa a fare soltanto le mamme e le casalinghe. Queste donne hanno già perso la propria “corsa”. E siccome bisogna ancora scegliere se fare un figlio o lavorare, molte optano per il lavoro, e quindi in Italia registriamo una forte denatalità.
Come dico spesso nel nostro Paese abbiamo molte culle vuote, troppe donne a casa e tantissimi ragazzi che emigrano per non tornare più. Tutto questo è inammissibile.
Come bisogna agire per determinare un cambiamento culturale capace di rendere la società e le aziende più inclusive e attente alle esigenze delle donne?
Serve una vera e propria rivoluzione che sia anche antropologica, non solo culturale. La scuola è preminente per educare i ragazzi e insegnare loro che ci circonda un mondo incantato di opportunità, che aspettano solo di essere colte. Non è difficile individuare i pilastri di una società proiettata verso il futuro: sono famiglia, scuola e una sanità che funziona. Bisogna crederci e investire, soprattutto al Sud Italia e in Sicilia.
C’è un messaggio che vorrebbe lasciare ai lettori di Capitalist.it?
Sì, e cioè che servono determinazione e formazione. È quello che ho fatto io e che mi ha aiutata ad affermarmi. L’acquisizione di nuove competenze è la base di tutto. Bisogna andare dove è possibile immagazzinare competenze, ma poi tornare per contribuire al bene del nostro Paese, produrre lavoro qui. Io per anni ho gestito agenzie di assicurazioni tra Mantova, Sassuolo e Ferrara, ma ho scelto di tornare nella mia isola, che amo profondamente, e di fare impresa dove sono nata.
Investire nel luogo dove si è nati è un grandissimo atto d’amore.
Dobbiamo insegnare ai ragazzi a lavorare, insieme a noi che non siamo più giovanissimi, per costruire un futuro che non sia soltanto dignitoso ma anche pienamente appagante per loro, un futuro di successo.
Gli ingredienti necessari sono tre: spirito di sacrificio, impegno, buona volontà. Solo così, forse, riusciremo a vivere in una società dove le pari opportunità non sono una chimera.


