“Mafia&Droga”: viaggio nei meccanismi e nella sete di denaro del potere criminale

Nel volume scritto da Umberto Santino, Giovanni La Fiura, Giovanni Burgio e Nino Rocca, l'analisi della situazione attuale rispetto al tema delle dipendenze e alla legge anti-crack approvata dall'Assemblea Regionale Siciliana che si spera possa presto fare uscire dall'emergenza.

In Italia c’è un’emergenza che non può più essere sottovalutata e che richiede interventi tempestivi e risolutivi. La vendita e il consumo di droga sono diventati una piaga sociale che attraversa l’intero Paese. 

Non più droga ma droghe, proprio al plurale, perché il mercato del narcotraffico offre stupefacenti per tutti i ‘gusti’ e per tutte le tasche. 

Un pregevole lavoro di analisi del fenomeno è stato condotto dagli autori del libro “Mafia&Droga”, Lo stato delle cose – Rapporto 2024, pubblicato da Mediter Italia e presentato al No Mafia Memorial di Palermo. Un pomeriggio per capire e discutere, confrontarsi e riflettere ma soprattutto fare il punto rispetto al tema delle dipendenze attraverso chi opera sul territorio. 

È emerso che lo stato delle cose, dal quale il titolo del libro, è ben più che drammatico. 

Gli autori del volume

Gli autori del volume da tempo studiano il fenomeno mafioso.

Umberto Santino è fondatore, con Anna Puglisi, del Centro siciliano di documentazione “Giuseppe Impastato” di Palermo, il primo centro studi sulla mafia e altre forme di criminalità organizzata sorto in Italia, e del No Mafia Memorial, nonché autore di vari scritti.

Giovanni La Fiura dagli anni ’80 collabora alle iniziative e ai progetti di ricerca del Centro Impastato, numerose le sue pubblicazioni.

Giovanni Burgio, di formazione storico-sociologica nell’ambito delle Scienze Politiche, è da sempre impegnato nella politica e nell’antimafia. Collabora con numerose riviste e periodici, ed è ricercatore del Centro Impastato. 

Nino Rocca, professore, oggi in pensione, di storia, filosofia e psicologia, è uno dei fondatori del Centro sociale “San Saverio” all’Albergheria di Palermo, quartiere a rischio, dove si è occupato in modo particolare del recupero dei minori coinvolti nella criminalità mafiosa. Da anni segue giovani dipendenti dalle sostanze stupefacenti. 

L’appello dell’arcivescovo Lorefice: oltre l’emergenza

Nel luglio scorso, in occasione della festa di Santa Rosalia, Palermo è finita su tutti i giornali per l’accorato appello di Corrado Lorefice, arcivescovo della città, che davanti al simulacro della patrona del capoluogo siciliano ha tuonato: “L’organizzazione mafiosa sta tentando di ritrovare nuove risorse attraverso il rinnovato impegno nel campo del traffico di stupefacenti. Gridiamo forte stasera nel Festino di Rosalia il nostro desiderio di riscatto dalla mafia. A viso aperto. A cielo aperto. No alla mafia. Sì ai nostri figli. Convertitevi anche voi mafiosi. Rosalia non sarà mai con voi. 

Vi rinnega. Sarà sempre dalla parte delle vittime. Paolo Borsellino, Giovanni Falcone, Pino Puglisi e tutti i martiri della giustizia e della fede ci hanno aperto gli occhi e il cammino del riscatto dalla vostra stupida tracotanza”. 

E di vittime Palermo ne ha contate e continua a contarne davvero tante: Noemi, Giulio, Diego, la lista è penosamente lunga. Conosciamo i loro nomi e i loro volti dai giornali, vite spezzate e famiglie distrutte da un dolore per il quale non esiste cura.

Tanto che non si può parlare solo di emergenza: adesso si è andati ben oltre, perché le droghe e le dipendenze sono diventate la quotidianità di fasce sempre più ampie della popolazione. 

Il libro, come sottolineato dalla giornalista Gilda Sciortino che ha moderato il partecipato dibattito, vuole anche essere un tributo a chi non ce l’ha fatta e nel contempo uno strumento di aiuto alle famiglie i cui figli sono caduti nella spirale della droga.

Famiglie che vivono ancora oggi lo stigma, con il relativo senso di colpa e di impotenza, di essere i genitori di chi sbrigativamente viene definito dalla società “tossico”. 

Il volume

“Mafia&Droga” esamina i rapporti tra queste due realtà attraverso un lavoro di studio e documentazione certosino: ne sono dimostrazione i capitoli sulla produzione e il traffico di sostanze psicoattive a livello globale e sulle cause, gli effetti, l’origine e la composizione delle sostanze psicoattive.

Ampio spazio è dedicato al disegno di legge ribattezzato “legge anti-crack”, approvato all’Assemblea Regionale Siciliana ma non ancora realtà in quanto mancano i decreti legge attuativi.

Bisogna lavorare sul contesto sociale

Ma qual è il legame tra mafia e droga? Lo ha spiegato bene Umberto Santino, secondo cui “dobbiamo fare i conti con la mafia digitale e transnazionale ma anche con la dimensione territoriale della mafia che non è mai svanita. A Palermo le famiglie producono il crack in casa davanti ai figli minori, che molto spesso abbandonano la scuola per andare a spacciare droga. 

In alcuni quartieri della città – ha puntualizzato – non esiste un’economia legale. Bisogna creare una alternativa per questi quartieri o la nostra battaglia sarà persa. Occorre lavorare sul contesto sociale altrimenti questo fenomeno è destinato a perdurare. Ai movimenti antimafia spetta un compito importante: andare nelle scuole, ideare una campagna di informazione che spieghi chiaramente ai giovanissimi, sempre più spesso assuntori, quali sono le sostanze stupefacenti e i devastanti effetti che producono. Non possiamo contare solo sulla televisione. Abbiamo il dovere di svolgere un ruolo informativo sul territorio, e mettere in guardia soprattutto dalle droghe sintetiche che oggi è facilissimo produrre e reperire”.   

Il narcocapitalismo

La droga è ormai ovunque, in qualsiasi forma e per chiunque. Lo ha specificato Giovanni La Fiura, che nel suo intervento ha voluto ricordare il ruolo importante svolto dall’EUDA, l’Agenzia dell’Unione europea sulle droghe, che si occupa di prevedere le sfide future legate alle droghe, emettere avvisi in tempo reale sui nuovi rischi, rafforzare le risposte degli Stati membri al fenomeno delle droghe, promuovere lo scambio di conoscenze a livello europeo. 

Oggi esistono droghe dai nomi ingannevoli ed esotici che stanno aggravando i problemi di salute pubblica di intere comunità. Non è solo una piaga di Palermo, sia chiaro, ma “in città – ha detto La Fiura – si è passati dai numerosi banchetti dove acquistare sigarette di contrabbando alla vendita di eroina ai ‘drop out’, ovvero ai fuoriusciti dalla società, che sono poi passati ad acquistare cocaina e adesso crack, la droga dei poveri, arrivata qui da poco ma che negli Stati Uniti è una piaga già dagli anni ’80. Oggi – ha continuato La Fiura – il mercato della droga induce, supporta e soddisfa ogni modello di consumo, si è attenuato il confine tra droghe leggere e pesanti e si può a pieno titolo parlare di policonsumo di droghe”. 

Il mercato dei venditori di morte propone un’ampia scelta: c’è timore per il Fentanyl, ma non si può non fare riferimento alla Spice, nuova ‘regina’ delle droghe tra i giovani e alla Crystal Meth, “ che permette ai criminali favolosi profitti anche nei paesi più poveri, come l’Africa, dove si sfrutta la disperazione di un numero sempre maggiore di persone per le quali la droga è diventata una via di fuga dalla realtà ma anche un mezzo di sopravvivenza per chi la produce e la vende, tanto che si può ormai parlare di narcocapitalismo, che fornisce qualsiasi droga a chiunque”. 

La droga è infatti un problema che investe, ormai, qualunque ceto sociale. 

Il crack 

A tratteggiare la situazione esistente a Palermo è stato Nino Rocca, che da anni percorre, a qualsiasi ora del giorno e della notte, le piazze e i vicoli dello spaccio alla ricerca di giovani da strappare ai tentacoli della droga. “Dopo il lockdown del Covid19 – ha raccontato – ci siamo accorti che stava iniziando a circolare una sostanza nuova, almeno qui, e cioè il crack. Questa droga è stata portata in città dalle organizzazioni criminali nigeriane che la preparavano ‘cucinando’ scarti di cocaina, ammoniaca e bicarbonato di sodio. Sono organizzazioni processate e condannate con lunghe pene detentive per mafia, quindi gli esponenti sono finiti in carcere. Ma il crack non è sparito, anzi: adesso viene preparato nelle case dei quartieri più disagiati della città dalle mamme palermitane legate alla mafia, e spacciato dai ragazzini. L’emergenza è esplosa immediatamente, trovando impreparati anche i Sert. Sino a quel momento si pensava che le droghe fossero soltanto l’eroina, per la quale c’è il metadone, e  la cocaina”. 

Perché il crack è così diffuso, popolare e pericoloso?

La risposta di Rocca arriva senza esitazione: “Il crack costa poco, anche 5 euro a dose, è semplice da assumere perché viene fumato e crea grande dipendenza danneggiando il cervello.

La dopamina prodotta proprio dal cervello su sollecitazione del crack dà un senso di benessere immediato ma che dura pochi minuti. Poi, si ha bisogno di una seconda dose, di un’altra e un’altra ancora, sino al punto in cui la volontà di chi ne fa uso non esiste più, viene annullata dalla droga.

Ci sono ragazzi che assumono 10, anche 12 dosi al giorno. 

Chi può aiutarli? I Sert da soli non ce la fanno, a Palermo ne esistono soltanto tre per oltre 4mila tossicodipendenti. Bisogna riorganizzare i servizi”.

Molte famiglie toccate dalla tragedia della droga hanno trovato il coraggio di scendere in piazza per chiedere aiuto. Hanno saputo fare rete e stanno lottando, e adesso hanno bisogno di essere supportate. “Questi genitori – ha aggiunto Rocca – vivono nel terrore che i loro figli muoiano per  overdose. Serve una rete tra istituzioni sanitarie, giuridiche e sociali che elabori un progetto personalizzato per ogni tossicodipendente, invece, sinora, i Sert non hanno collaborato con i genitori e questo è molto grave”.

L’affrancamento dalle dipendenze è un percorso lungo e pieno di ostacoli, e forse, non abbiamo ancora tutti gli strumenti necessari a portarlo a termine. Non a caso, un altro aspetto sottolineato da Rocca, riguarda il binomio tossicodipendenza-detenzione. Ha fornito un dato preciso: “Il 30 per cento dei detenuti del carcere Pagliarelli di Palermo è rappresentato da tossicodipendenti che scontano la loro pena insieme ad altri, mentre dovrebbero stare in un settore di cure dedicato come già avviene nelle carceri di altre città italiane”. 

Il ddl siciliano arginerà l’emergenza crack? Ovviamente si spera di sì ma Rocca ha espresso una preoccupazione relativa ai tempi di attuazione: “Ci vorranno due anni e sono troppi, tantissimi ragazzi rischiano di morire. La Sicilia è stata toccata anche dal Tramadolo, un oppioide sintetico portato qui dalla ‘ndrangheta calabrese, e diretto in medio oriente. Sappiamo che le droghe sintetiche già diffuse nel Nord Italia stanno arrivando anche da noi, non possiamo permetterlo”.  

Serve un’azione in profondità 

Emilio Miceli, presidente del Centro Studi Pio La Torre ha osservato: “Dobbiamo fare ‘somministrazioni’ di legalità nei territori, e  conoscere bene il fenomeno del quale stiamo parlando. 

Negli anni ’70 la droga era elitaria, cioè per pochi e per i ricchi. Oggi è molto più diffusa rispetto a prima e anche nei ceti poveri della popolazione, a differenza del passato. Questo significa che da soli non ce la possiamo fare. Bisogna costruire una rete di competenze e combattere nei luoghi dell’emergenza, perché il rapporto con le droghe è cambiato, e quindi serve un’azione in profondità. 

La caratteristica della mafia è non avere mai abbandonato alcuna attività economica, vuole governare il Paese e controllare la società, le persone e le loro vite. Per questo motivo dobbiamo lottare insieme, nessuno di noi da solo può essere incisivo”. 

Cracolici: “Il potere della mafia è stato sottovalutato”

Cosa possiamo fare concretamente per invertire la rotta? Certamente serve un cambiamento culturale. La domanda è stata posta ad Antonello Cracolici, presidente della Commissione regionale Antimafia che sta monitorando il fenomeno e svolgendo un grande lavoro in Sicilia. 

Cracolici è partito da una premessa: “Per capire le reali dimensioni del problema la Commissione Antimafia è andata in giro per l’isola ad ascoltare le forze dell’ordine che conoscono bene i territori e i sindaci che li amministrano. Adesso stiamo rifacendo questo ‘tour’. Vi fornisco un dato inquietante:  in un anno e mezzo è cambiato tutto. Escludendo le grandi città di Palermo e Catania, sino a 18 mesi fa, nella nostra regione non si percepiva di essere in emergenza. Siamo stati a Rosolini, un paese di 20mila abitanti in provincia di Siracusa. Gli amministratori si sono accorti che il crack sta mettendo a rischio la sicurezza urbana della comunità, perché, chi vuole acquistarlo, è disposto a tutto pur di procurarsi il denaro. Il crack adesso si trova anche in piccoli paesini, che hanno una loro base di spaccio, mentre in passato gli assuntori di droghe, per avere una dose, dovevano spostarsi nelle grandi città. Il crack è diverso, è ovunque e sta diventando un’economia della Sicilia anche per motivi culturali e sociali. Avviene perché chi produce e spaccia crack non vede quello che fa come un’attività criminale. Gli spacciatori vengono pagati a giornata, come gli operai edili. Il problema più grande è rappresentato dal fatto che noi stiamo sottovalutando un’attività gestita dalla mafia, per la quale il crack è economia e fonte di guadagno a tutti gli effetti”. 

Per Cracolici bisogna ripartire, nella lotta alla criminalità, da una consapevolezza che deve essere profonda: “La mafia, e anche quella parte di mafia che produce e commercializza droga, è diventata più forte perché negli ultimi 15 anni è prevalsa una lettura sbagliata del fenomeno. Si pensava erroneamente solo alla mafia stragista degli anni ’80 e ’90, ritenendo che fosse morta insieme ai grandi capi del passato. Si è pertanto abbassata l’attenzione, come se i mafiosi fossero quattro balordi. Non solo la mafia c’è ancora, ma si è anche evoluta. Sappiamo dalle intercettazioni che a Palermo, durante il Covid, alcuni mafiosi distribuivano aiuti economici alle famiglie, come se fossero benefattori. Questa è la strategia del consenso: consiste nel costruire un blocco sociale compatto che appoggia la mafia. E della mafia, soprattutto, non bisogna mai parlare al passato.

Sta continuando a costruire consenso nel disinteresse generale, e di questo dobbiamo essere consapevoli”. 

Il rischio più grande: l’atteggiamento sbagliato dei giovani 

Il presidente della Commissione regionale Antimafia non ha nascosto la propria preoccupazione: “Io incontro tanti ragazzi nelle scuole e so bene che molti di loro fumano crack per curiosità, come se fosse uno spinello di ultima generazione. E chi compra una dose di crack finanzia la mafia. Per questo occorre ragionare al presente e non al passato”. 

Poi una considerazione che parte dalla cronaca più recente: il maxi blitz antimafia che a febbraio ha portato in carcere 181 persone a Palermo, ha visto finire dietro le sbarre soggetti la cui età media è di 35-40 anni. “Quindi – ha analizzato Cracolici – questi soggetti, che ai tempi delle stragi del ’92 e della conseguente ribellione della società civile, non erano ancora nati o erano comunque molto piccoli, hanno subito la fascinazione della mafia da poco, e sono entrati a farne parte recentemente. Ecco perché non si può parlare di mafia al passato”. 

La speranza per il futuro

Anche la Commissione regionale Antimafia si è impegnata per l’approvazione delle legge anti-crack. Cracolici ha ricordato le difficoltà: “Quando abbiamo organizzato le prime riunioni con i dirigenti dei dipartimenti dell’amministrazione regionale interessati nessuno sapeva cosa fosse il crack, e questo è accaduto appena due anni fa. Non esisteva neanche la percezione del problema. 

È chiaro che non possiamo attendere due anni per i decreti attuativi: siamo davanti a una emergenza nuova e assai diffusa ed i tempi della pubblica amministrazione sono incompatibili con questa realtà. Occorre un intervento socio-sanitario rapido, ma i vari rami della macchina pubblica non parlano tra loro. Dobbiamo chiedere che tutto questo cambi”.

E infine: “Tutti noi abbiamo il dovere di fare sapere che mafia e droga ci sono ancora, e questo non può essere un problema soltanto dei genitori dei tossicodipendenti. Quindi bisogna concentrarsi su due obiettivi: raggiungere una nuova consapevolezza sociale e aver chiaro che la mafia esiste ed è potente, e che occorre riorganizzare gli apparati dello Stato che devono essere presenti sul territorio.

La mafia si combatte con la repressione ma anche con la prevenzione. Dobbiamo sconfiggere la reputazione della mafia e isolarla nei quartieri, perché la nostra indifferenza ha fatto forte la mafia. 

Per combattere bisogna conoscere il nemico, e questo libro senza dubbio aiuta a comprendere cos’è la droga e com’è la mafia”. 

Occorre una rete di collaborazione 

Occorre, si è detto, lavorare molto sul fronte della prevenzione. Ma è chiaro che non può essere lasciato tutto alla buona volontà delle associazioni che operano nei quartieri più difficili e nelle carceri. Serve una rete di collaborazione tra più attori, che sia ampia il più possibile e che agisca a tutti i livelli. 

La mafia, attraverso la droga, non solo arricchisce se stessa, ma alimenta un sistema che corrode le basi della società, instillando paura, violenza e illegalità in ogni settore della vita sociale ed economica.

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