Negli ultimi anni silenzioso. Introverso. Quasi staccato dalla politica, rispetto agli anni d’oro quando Umberto Bossi – morto nella serata di ieri – era il leader del Carroccio.
Negli anni ’70, dopo aver abbandonato gli studi di Medicina, svolge diversi lavori: insegnante, infermiere e tecnico radiologo. Poi insegue la sua più grande passione: la politica. Sogna il Federalismo. Nel 1992 l’arrivo a Roma, il sogno della Lega si concretizza.
Bossi è l’uomo che voleva la Padania con il fiume Po come confine. Ha rivoluzionato – e spaccato – la politica di quegli anni. Anche nei suoi comizi, indimenticabile la frase: “Ce l’abbiamo duro”. Era il 1991. Pontida.
Nel 2005 il primo malore che lo costrinse ad un cambio di passo. «Berlusconi è stato un amico, ma la Lega è libera. Dopo di me? Mio figlio Renzo. La secessione resta un’ambizione», disse a Cazzullo in un’intervista riportata oggi sul Corriere della Sera.
È stato ministro per le Riforme fino al 2004. Legato a Berlusconi, ma con la sua Lega (il partito che ha fondato e che da anni è arrivato anche al Sud). Protagonista del centrodestra: amato e odiato. Imitato e inimitabile. La malattia dopo quell’11 marzo – quando venne colpito da una crisi cardiaca che gli causò un ictus e una paresi- cambiò la sua vita.
Le foto in canottiera, i gesti, la voce profonda, il modo di parlare ai comizi e le imitazioni del Bagaglino. Anni d’oro della politica e della tv, la prima Repubblica. Oggi tutto resta un ricordo.


