L’Ufficio studi della CGIA di Mestre ha analizzato, e reso pubblici nei giorni scorsi, dati ISTAT e INPS fino al 2024: l’età media degli operai e impiegati nel settore privato è passata da 37,9 anni nel 2008 a 41,8 nel 2024. Oggi un lavoratore su tre ha più di 50 anni.
Nei primi dati relativi al 2025, siamo già a 42,1 anni.
Questo trend deriva da oltre 650.000 pensionamenti nel 2024 e da ingressi di giovani sotto i 30 anni fermi al 12%.
Il problema del ricambio generazionale mancante
Non è solo una questione demografica, con la natalità italiana al minimo europeo (6,7 per mille nel 2025, secondo Eurostat). Le piccole e micro imprese, che occupano il 95% dei lavoratori (dati MISE 2025), non riescono a sostituire chi va in pensione.
Risultato? Duecentomila posti vacanti cronici nelle mansioni manuali, come segnala Unioncamere a gennaio 2026. La produttività italiana cresce poco (+0,8% PIL pro capite nel 2025, ISTAT) proprio per la perdita di quel “capitale umano tacito”: esperienze pratiche, reti con clienti e fornitori che i giovani non ereditano.
E l’innovazione? Nelle aziende con molti over 50, digitalizzazione e automazione procedono più piano.
L’impatto settoriale: il caso emblematico dell’edilizia
L’edilizia è il settore più colpito, con 1,2 milioni di addetti e un’età media di 44 anni. I giovani sotto i 30 anni sono solo l’8%. Quando muratori o carpentieri vanno in pensione senza eredi, la produzione cala del 15% all’anno (stima CGIA).
E i costi? Infortuni +20% tra gli anziani (INAIL 2025), assenteismo al 9,2% e assicurazioni più care del 12%. Stessi problemi riscontrati nei settori autotrasporto e logistica notturna: i giovani evitano lavori usuranti.
Un sondaggio AlmaLaurea 2025 rivela che il 65% rifiuta mestieri “manuali sporchi”, optando per la gig economy o il tech.
Il sogno di lavorare in una grande azienda
I neet sono scesi al 19,5% (ISTAT 2025), ma il 72% delle assunzioni under 30 va alle imprese con oltre 250 dipendenti. Perché? Stipendi iniziali più alti di 230 euro (1.650€ vs 1.420€), carriere chiare, formazione e possibilità di crescita.
Dopo il Covid, contano molto gli strumenti di welfare come smart working (60% nelle grandi contro 20% nelle PMI), flessibilità e attenzione a diversità e sostenibilità, priorità per il 55% dei Gen Z (Deloitte 2026).
Lavorare per un grande marchio arricchisce il curriculum vitae e apre molte porte. Nelle PMI, invece, le competenze sono utili ma spesso “non esportabili”.
Prospettive e soluzioni proposte
Senza cambiamenti, entro il 2030 l’età media dei lavoratori toccherà i 44 anni e 300.000 posti resteranno vuoti (proiezioni CGIA). Il governo Meloni ha introdotto sgravi per assunzioni under 35 nelle PMI (decontribuzione al 20% nel DL Lavoro 2025), ma solo il 15% ha aderito finora.
Servono apprendistati duali alla tedesca, mentoring tra generazioni e campagne informative per valorizzare i mestieri manuali.
FAQ
Perché l’età media dei lavoratori in Italia sta aumentando?
L’aumento è dovuto a due fattori principali: l’elevato numero di pensionamenti e il basso ingresso di giovani nel mercato del lavoro, soprattutto nelle PMI e nei settori manuali.
Quanti giovani lavorano oggi nel settore privato?
Secondo i dati più recenti, solo il 12% dei lavoratori nel settore privato ha meno di 30 anni, una quota insufficiente a garantire il ricambio generazionale.
Quali settori sono più colpiti dalla mancanza di giovani?
L’edilizia è il settore più colpito, seguita da autotrasporto e logistica notturna. In questi ambiti i lavori sono percepiti come usuranti e poco attrattivi.
Perché i giovani preferiscono le grandi aziende alle PMI?
Le grandi imprese offrono stipendi iniziali più alti, percorsi di carriera chiari, formazione strutturata, welfare aziendale e maggiore spendibilità del curriculum.
Quali sono i rischi per l’economia italiana?
Senza interventi, entro il 2030 potrebbero restare scoperti fino a 300.000 posti di lavoro, con effetti negativi su produttività, crescita economica e competitività.
Quali soluzioni vengono proposte per favorire il ricambio generazionale?
Tra le soluzioni più citate ci sono apprendistati duali, mentoring tra generazioni, incentivi fiscali alle assunzioni under 35 e campagne di valorizzazione dei mestieri manuali.
L’edilizia può tornare attrattiva per i giovani?
Sì, attraverso formazione specializzata, sicurezza sul lavoro, salari più competitivi e nuove competenze legate alla transizione green e digitale.


