La musica non è solo sottofondo. È identità, memoria, compagna di viaggio, letterale e metaforica. Lo conferma la nuova ricerca “Musica e denaro” di ING People Insights Lab realizzata in collaborazione con YouGov, condotta in occasione della sponsorizzazione del MI AMI Festival, che fotografa il rapporto degli italiani con la propria colonna sonora personale: quanto la ascoltano, quanto spendono per farlo, e cosa sarebbero disposti a sacrificare pur di non rinunciarvi.
Quanto vale la musica nel portafoglio degli italiani
La cifra media è 115 euro annui, distribuita tra diverse voci di spesa. La voce principale sono i concerti e i festival, che assorbono il 43% del budget musicale, seguiti dagli abbonamenti alle piattaforme di streaming (21%) e dall’acquisto di CD e vinili (20%). Un dato che, letto insieme al contesto di mercato più ampio, acquista maggiore significato.
Secondo il report FIMI 2026, il mercato discografico italiano ha chiuso il 2025 con un fatturato di 513,4 milioni di euro, in crescita del 10,7% rispetto all’anno precedente, superando per la prima volta il box office cinematografico nazionale, fermo a 496,5 milioni.
Lo streaming resta il segmento trainante, con ricavi superiori a 340 milioni di euro e 99 miliardi di riproduzioni nel corso dell’anno, di cui 234,4 milioni derivanti dagli abbonamenti premium, con una crescita del 14,1%.
Sul fronte fisico, la musica fisica segna una ripresa significativa, con un valore complessivo di 74,7 milioni di euro, di cui due terzi rappresentati da vinili, in crescita del 24,2%. La passione degli italiani per la musica, insomma, si legge tanto nel comportamento dei singoli quanto nelle cifre dell’industria.
Il caso concerti: costosi ma irrinunciabili
Il live è la voce di spesa più pesante, ma anche la più emotivamente carica. Oggi il 44% degli italiani considera i concerti “un lusso su cui sta diventando difficile investire”, eppure quasi uno su due sceglierebbe di spendere per un grande concerto piuttosto che per un abbonamento annuale a una piattaforma streaming.
La disponibilità media a pagare per vedere il proprio artista preferito è di 97 euro, ma le differenze generazionali sono marcate: la Gen Z è la più propensa a investire, con una soglia media di 117 euro, mentre i Baby Boomer si fermano a 82 euro. Il 20% di chi spende per la musica dichiara di aver rinunciato almeno qualche volta ad altre spese pur di vivere un’esperienza musicale: tra chi ascolta musica per oltre quattro ore al giorno la quota sale al 42%.
A spiegare questa disponibilità — quasi irrazionale, eppure comprensibile — contribuisce il dato dei cosiddetti “superfan”. Questi rappresentano il 12% dei consumatori, spendono mediamente 138 euro al mese, il 142% in più della media nazionale di 57 euro, e alimentano i comparti del fisico, del live e del merchandising. Sono loro il motore nascosto di un’industria che cresce.
Sognando i live impossibili
Quando il vincolo del reale viene meno, la disponibilità a spendere sale senza un tetto preciso. I più giovani riporterebbero in vita artisti internazionali come Michael Jackson, Avicii o Chester Bennington, mentre le generazioni più mature opterebbero per grandi nomi italiani come Lucio Battisti. Ma su certi eventi il consenso è trasversale alle generazioni: gli italiani dichiarano che avrebbero investito soprattutto per assistere a concerti storici come il Live Aid dei Queen, il Dangerous Tour di Michael Jackson o The Wall Live dei Pink Floyd.
Sono questi i momenti in cui la musica smette di essere un prodotto e diventa un’esperienza collettiva irripetibile: il prezzo, in quel caso, diventa quasi un dettaglio.
Quando il denaro diventa canzone
Anche il modo in cui gli italiani parlano di denaro attraverso la musica rivela molto. Le “canzoni dei soldi” più iconiche secondo la ricerca sono “Money, Money, Money” degli ABBA (23%), “Money” dei Pink Floyd (22%) e “Soldi” di Mahmood (18%). Le prime due evocano rispettivamente il desiderio di una vita agiata e un’identificazione generazionale più intellettuale e disillusa; la terza racconta invece il rapporto conflittuale tra denaro e famiglia con uno sguardo più contemporaneo e personale. Tre canzoni, tre diversi modi di stare al mondo.
La musica è colonna sonora del quotidiano
Il 60% degli italiani ascolta musica almeno un’ora al giorno e tra la Gen Z il dato sale al 75%, confermando come i più giovani abbiano un rapporto molto più intenso e continuativo con l’ascolto musicale. I momenti di ascolto rispecchiano la vita reale: per il 49% degli italiani la musica accompagna soprattutto gli spostamenti quotidiani, per il 24% è una compagna nei momenti di sport e per il 21% aiuta mentre si studia o lavora.
La musica influenza soprattutto lo stato emotivo: quasi un italiano su due dice di sentirsi più rilassato ascoltandola, mentre tra i più giovani prevalgono sensazioni come energia, motivazione e felicità.
Videogame e social network ne escono sconfitti
Solo il 3% degli italiani sceglierebbe di eliminare completamente la musica dalla propria vita, mentre il 43% rinuncerebbe ai videogame e il 20% ai social network. Per quasi un italiano su due, una giornata senza musica sarebbe semplicemente meno piacevole, per il 18% più monotona, per il 16% priva di energia.
L’81% di chi ascolta musica dichiara di sentirsi rappresentato dalla musica che ascolta, percentuale che sale al 93% tra chi la ascolta per almeno quattro ore al giorno. Questi numeri dicono qualcosa di preciso: la musica non è consumo passivo. È uno specchio nel quale riconoscersi.


