Gli italiani usano sempre più l’IA, ma la fiducia resta bassa: cosa dicono i dati

L’intelligenza artificiale è sempre più presente nella vita quotidiana, ma tra gli italiani crescono dubbi, timori e un evidente divario di competenze

Quanto siamo davvero pronti a convivere con l’intelligenza artificiale? La risposta, guardando ai dati più recenti, è più complessa di quanto sembri. L’IA è ormai entrata nella quotidianità di milioni di italiani, tra smartphone, computer, lavoro e tempo libero. Eppure, mentre l’uso cresce rapidamente, la percezione delle proprie competenze resta bassa e la fiducia nei controlli e nell’uso responsabile da parte delle aziende continua a vacillare.

Il quadro emerge da una nuova indagine europea, diffusa da Altroconsumo, che fotografa un Paese curioso, sempre più esposto all’innovazione, ma anche prudente e spesso disorientato. Un’Italia che osserva l’intelligenza artificiale con interesse, ma anche con una certa dose di diffidenza.

L’IA non è più un concetto astratto o confinato ai laboratori di ricerca. Oggi è accessibile a tutti: risponde alle domande, scrive testi, crea immagini, suggerisce itinerari di viaggio, aiuta a studiare o a organizzare il lavoro. Il 2025 è stato l’anno che ne ha certificato definitivamente l’impatto sociale, tanto che la rivista Time ha dedicato all’intelligenza artificiale e ai suoi protagonisti la copertina di Persona dell’anno, riconoscendone l’influenza sulle nostre vite “nel bene e nel male”.

Ma cosa pensano davvero i cittadini italiani di questa tecnologia? E quanto la sentono sotto controllo?

L’IA è ovunque: cresce la percezione della sua presenza

La prima evidenza è chiara: la presenza dell’intelligenza artificiale è sempre più percepita in molti ambiti della vita quotidiana. Rispetto al 2024, nel 2025 cresce la consapevolezza del suo utilizzo praticamente ovunque.

Il settore in cui l’IA viene avvertita con maggiore forza è quello dell’informazione e dei media. Tre italiani su quattro, il 75%, ritengono che l’intelligenza artificiale sia abbastanza o molto presente in questo ambito, con un aumento di 6 punti percentuali rispetto all’anno precedente. Un dato che non sorprende, considerando la diffusione di strumenti come ChatGPT, Gemini e altri sistemi di supporto alla ricerca e alla produzione di contenuti.

Ma non è solo l’informazione a cambiare. La percezione della presenza dell’IA cresce anche:

  • negli acquisti di prodotti,
  • nella cultura e nell’intrattenimento,
  • nella formazione e istruzione,
  • in ambiti come salute, benessere, sport e comunicazione.

Proprio questi settori registrano il balzo più significativo rispetto al 2024, con un aumento di 7 punti percentuali nel percepito.

Il grande nodo: le competenze che mancano

Se la consapevolezza aumenta, lo stesso non si può dire delle competenze. Solo il 33% degli italiani si sente realmente qualificato e in grado di usare gran parte dei servizi basati sull’intelligenza artificiale. Un dato inferiore alla media europea, che si attesta al 40% nei dieci Paesi coinvolti nell’indagine.

È vero che il numero è in lieve crescita rispetto al 2024, con un +5%, ma il divario resta ampio e preoccupante.

Le differenze generazionali sono marcate:

  • tra gli over 60 non professionalmente attivi, solo il 19% ritiene di avere competenze sufficienti;
  • tra i giovani tra 18 e 26 anni, la percentuale sale al 56%.

Un gap che rischia di trasformarsi in una nuova forma di disuguaglianza digitale, proprio mentre l’IA diventa uno strumento sempre più centrale.

IA generativa: usata da quasi metà degli italiani

L’intelligenza artificiale generativa, quella capace di creare testi, immagini, video e audio a partire da una richiesta, è ormai entrata nelle abitudini di molti.

Nel 2025 la utilizza il 48% degli italiani, con un aumento impressionante del 20% rispetto al 2024. Nel 14% dei casi, l’uso è frequente o quotidiano.

Eppure, cresce l’utilizzo ma diminuisce la soddisfazione. Solo il 55% degli utenti si dichiara contento dei risultati, in calo di 3 punti percentuali rispetto all’anno precedente.

Un segnale di maturazione: passata la fase dell’entusiasmo iniziale, molti utenti hanno iniziato a rendersi conto che l’IA non è infallibile. Può commettere errori, produrre informazioni imprecise e incorrere nelle cosiddette “allucinazioni”, cioè risposte sbagliate ma formulate in modo convincente. Per questo cresce la consapevolezza della necessità di mantenere spirito critico e verificare sempre le informazioni.

L’impatto sulla vita quotidiana: più neutro che positivo

Alla domanda su quale impatto abbia avuto l’IA sulla propria vita, la risposta più frequente resta “nessuno”. Lo afferma il 53% degli italiani. Solo il 34% riconosce benefici concreti, come il risparmio di tempo, una percentuale più bassa rispetto ad altri Paesi europei.

Il tema che divide di più è quello della qualità dell’informazione:

  • il 43% ritiene che l’IA abbia un impatto positivo;
  • il 26% la giudica invece negativa, soprattutto per i rischi legati a disinformazione e deep fake.

Sul fronte del lavoro, la maggioranza, pari al 68%, non percepisce ancora un impatto diretto. L’Italia, infatti, resta indietro rispetto ad altri Paesi europei nell’adozione dell’IA nelle imprese. Nel 2025, però, il suo utilizzo aziendale è raddoppiato, arrivando al 16% (fonte Istat).

Benefici e timori: un equilibrio ancora instabile

L’intelligenza artificiale porta con sé opportunità e rischi, e gli italiani lo sanno bene.

Tra le principali preoccupazioni emergono:

  • la manipolazione dell’opinione pubblica (temuta dal 66%);
  • la privacy e la sicurezza dei dati (58%);
  • il rischio di discriminazioni basate sull’analisi automatica dei dati (27%).

Allo stesso tempo, non mancano le speranze:

  • il 46% vede nella personalizzazione dei servizi un vantaggio concreto;
  • il 35% ritiene che l’IA possa contribuire a un mondo più sostenibile;
  • molti riconoscono il potenziale nel rendere il lavoro meno ripetitivo e più creativo.

Resta però forte il timore occupazionale: il 45% degli italiani crede che l’intelligenza artificiale finirà per togliere più posti di lavoro di quanti ne creerà.

Fiducia ancora bassa in aziende e controlli

Nonostante i primi passi normativi, come l’AI Act europeo e una recente legge italiana, la fiducia resta limitata. Solo poco più di un terzo degli italiani dichiara di fidarsi dell’uso corretto e responsabile dell’IA da parte delle aziende e dei controlli delle autorità pubbliche.

Un dato che racconta una società ancora prudente, più preoccupata che fiduciosa, di fronte a un cambiamento tecnologico rapidissimo.

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