La Commissione Europea ha acceso i riflettori sull’Italia, avviando una procedura d’infrazione con l’invio di una lettera di costituzione in mora.
Al centro della disputa c’è l’obbligo, introdotto dal governo italiano, di indicare sui prodotti di consumo la shrinkflation: la pratica di ridurre la quantità di un bene senza modificarne il prezzo o il confezionamento. La norma mira a informare i consumatori su variazioni che nascondono un aumento del costo unitario. Tuttavia, l’Europa non ci sta. “Sebbene la Commissione riconosca l’importanza di informare i consumatori riguardo a tali modifiche, l’obbligo di riportare questa informazione direttamente su ciascun prodotto interessato non sembra proporzionato”, dichiara l’esecutivo UE nella sua nota ufficiale. L’Italia ha due mesi per rispondere e correggere le criticità, altrimenti rischia un parere motivato, passo successivo verso sanzioni più severe.
Shrinkflation: un fenomeno sotto i riflettori
La shrinkflation non è una novità. Biscotti con qualche grammo in meno, confezioni di detersivo più leggere, rotoli di carta igienica con meno strappi: i consumatori italiani la conoscono bene. Si tratta di una strategia che le aziende adottano per mascherare l’aumento dei costi, mantenendo invariati i prezzi al pubblico. La norma italiana, entrata in vigore per contrastare questa “inflazione occulta”, obbliga i produttori a segnalare sui prodotti ogni riduzione di quantità accompagnata da un incremento del prezzo unitario. L’intento è nobile: tutelare il potere d’acquisto delle famiglie. Ma per la Commissione Europea, la misura vìola gli articoli 34-36 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea, che garantiscono la libera circolazione delle merci. Il rischio? Creare ostacoli al mercato interno e complicare la vita alle imprese.
Il nodo della proporzionalità
Perché l’Europa contesta la legge italiana? La risposta sta nel concetto di proporzionalità. “I requisiti nazionali in materia di etichettatura rappresentano un notevole ostacolo al mercato interno e compromettono gravemente la libera circolazione delle merci”, sottolinea la Commissione. Secondo Bruxelles, l’Italia non ha dimostrato che l’obbligo di etichettatura sia l’unica strada percorribile. Esistono alternative meno invasive, come esporre le informazioni accanto ai prodotti sugli scaffali o nei punti vendita. Inoltre, la Commissione evidenzia una violazione della direttiva sulla trasparenza del mercato unico: Roma ha adottato la misura senza attendere la scadenza del termine di differimento post-notifica e ignorando il parere circostanziato dell’UE. Un passo falso che potrebbe costare caro.
Il Codacons: “Un intervento tardivo”
La decisione europea ha riacceso il dibattito in Italia, con il Codacons in prima linea. “Questa iniziativa arriva con anni di ritardo, quando ormai i consumatori hanno già subito il danno – afferma Francesco Tanasi, Segretario Nazionale del Codacons –. Le etichette avrebbero avuto senso se introdotte prima che i prodotti venissero ridotti nelle confezioni, mentre oggi si limitano a certificare un problema già avvenuto”.
“Obbligare ora i produttori a segnalare le riduzioni di quantità è come chiudere la stalla quando i buoi sono già scappati – conclude Tanasi –. Servono misure concrete per tutelare i consumatori e garantire maggiore trasparenza sui prezzi e sulle variazioni dei formati dei prodotti”.
Un impatto su larga scala
La shrinkflation tocca una gamma vastissima di beni quotidiani: dagli alimentari (pasta, gelati, patatine) ai prodotti per la casa (detersivi, carta igienica) fino a quelli per l’igiene personale (shampoo, dentifrici). Questo fenomeno erode il potere d’acquisto delle famiglie italiane, già alle prese con un’inflazione galoppante. La norma contestata dall’UE voleva essere una risposta concreta, ma ora il governo si trova in una posizione delicata. Rispondere alla Commissione entro il termine di due mesi sarà cruciale. Intanto, i consumatori si chiedono: chi pagherà il prezzo di questo scontro?


