L’Italia resta indietro nella corsa globale all’innovazione. Secondo i dati del Teha Global Innosystem Index 2026, il Paese si colloca al 31° posto tra i 49 ecosistemi più innovativi al mondo, mantenendo la stessa posizione dell’edizione 2023. In vetta alla classifica si trovano Singapore, Israele e Regno Unito. Una stabilità che, a ben guardare, è tutt’altro che rassicurante: restare fermi mentre il mondo accelera equivale, nei fatti, ad arretrare. Il posizionamento, stabile rispetto al 2023, nasconde dinamiche molto diverse a seconda dei parametri considerati: eccellenze solide in alcuni ambiti — ricerca accademica, export manifatturiero, infrastrutture HPC — e importanti ritardi strutturali che si confermano tali, soprattutto sul fronte del capitale umano e degli investimenti privati in ricerca e sviluppo.
Il termometro dell’innovazione: come funziona l’Indice Teha
L’Indice confronta la capacità di innovazione dei 49 Paesi in tutto il mondo attraverso cinque macro-dimensioni: capitale umano, risorse finanziarie a supporto dell’innovazione, innovatività dell’ecosistema, attrattività dell’ecosistema ed efficacia dell’ecosistema innovativo. Il report è stato presentato nei giorni scorsi alla quindicesima edizione del Technology Forum di Teha Group, svoltosi il 21 e 22 maggio 2026 presso il Grand Hotel Des Iles Borromées a Stresa, sul Lago Maggiore, un appuntamento che negli anni ha visto transitare oltre 3.000 partecipanti, 1.500 aziende e 500 relatori da 50 Paesi.
Dove l’Italia brilla: ricerca, export e supercalcolo
Il quadro non è tutto grigio. Sul fronte scientifico l’Italia dimostra una vitalità genuina: il Paese è quinto al mondo per pubblicazioni e citazioni accademiche, con circa 814 mila contributi scientifici e oltre 4.365 citazioni. La bilancia commerciale dei servizi di ricerca e sviluppo è positiva per 3,71 miliardi di dollari, posizionando l’Italia al sesto posto globale in questo segmento. L’Italia ottiene risultati positivi sull’efficacia dell’ecosistema innovativo, dove è sesta al mondo con un punteggio di 4,53, davanti anche a Germania, Francia e Cina. Un dato che sorprende e che racconta di un sistema capace di trasformare in risultati concreti — brevetti, export, prodotti — le risorse, pur limitate, che riesce a mobilitare. Tra i punti di forza emerge anche la potenza computazionale: l’Italia è settima al mondo per capacità dei supercomputer, con infrastrutture HPC considerate strategiche per le applicazioni di intelligenza artificiale e per l’analisi avanzata dei dati. A completare il quadro positivo, il Paese si posiziona al 15° posto nel Global Attractiveness Index, segnalando una discreta capacità di attrarre risorse e talenti dall’estero.
Il tallone d’Achille: capitale umano e investimenti in R&S
Le ombre, però, pesano quanto le luci, se non di più. Pochi investimenti, competenze STEM ancora limitate, risorse ridotte al servizio della crescita, una quota minima di laureati: sono le criticità principali dell’ecosistema nazionale dell’innovazione, caratteristiche che penalizzano il Paese nel confronto globale. Sul capitale umano l’Italia è 33ª, un dato che riflette anni di sottofinanziamento del sistema formativo. Il Paese destina all’istruzione il 4,07% del PIL, contro il 7,3% della Svezia, che guida la classifica mondiale per capitale umano. Sul fronte della formazione universitaria il gap resta ampio: in Corea del Sud circa il 71% dei giovani è laureato, mentre in Italia siamo poco sopra il 31%. La quota di laureati STEM si ferma al 23,55%, contro il 35,5% della Germania: un divario che pesa enormemente in un’epoca in cui le competenze tecnico-scientifiche sono il carburante della competitività. Ancora più critico il fronte degli investimenti. Gli investimenti privati in R&S valgono appena lo 0,79% del PIL, mentre quelli complessivi si fermano all’1,38%. Israele, leader per risorse finanziarie a sostegno dell’innovazione, ha un tasso di investimento in capitale di rischio rispetto al PIL superiore di 2,84 punti percentuali rispetto all’Italia. Il venture capital italiano pesa solo per lo 0,03% del PIL: un numero che dice tutto sulla difficoltà del sistema di scommettere sul futuro.
Gli unicorni che non nascono: il gap nell’ecosistema tech
I ritardi si riflettono in modo impietoso nell’ecosistema tecnologico. L’Italia è 34ª per numero di unicorni — le startup valutate oltre un miliardo di dollari — e addirittura 42ª per presenza di sviluppatori software, con meno di 29 programmatori ogni mille abitanti. Numeri che raccontano di un Paese in grado di formare menti eccellenti, ma spesso incapace di trattenerle o di creare l’ambiente economico in cui possano prosperare. L’Italia è ultima tra le economie dell’Europa occidentale, dietro Spagna e Portogallo. Un dettaglio che suona come un campanello d’allarme: non si tratta di un confronto con giganti lontani, ma di un ritardo rispetto a vicini di casa con cui condividiamo storia, cultura e, in buona parte, sfide economiche.
Le dieci proposte per ripartire
Teha non si limita a fotografare il problema, ma indica anche le strade da percorrere. Tra le dieci linee d’azione prioritarie individuate figurano una strategia nazionale sulle tecnologie emergenti, il rafforzamento delle competenze STEM, incentivi per attrarre talenti internazionali e una maggiore integrazione tra università e industria. Sono proposte che, nella loro logica, convergono tutte verso un’idea fondamentale: i sistemi più competitivi sono quelli che investono con continuità in ricerca, sviluppo e formazione. L’Italia ha le fondamenta per costruire qualcosa di solido: la qualità della sua ricerca lo dimostra. Ciò che manca è la volontà politica e industriale di investire davvero nel futuro, prima che il 31° posto diventi un ricordo lontanamente ottimistico.


