La guerra Iran-Usa che nessuno racconta: quella degli iraniani che vivono a Dubai

Emirati Arabi Uniti e Iran
Crisi senza precedenti tra Iran ed Emirati Arabi Uniti: chiuse scuole, ospedali e centri iraniani a Dubai. La comunità iraniana paga il prezzo della guerra.

Da oltre due settimane, gli Emirati Arabi Uniti si sono ritrovati in uno shock senza precedenti: il vicino Iran, ora sotto l’egemonia di un regime totalitario, ha sferrato un attacco alla sicurezza dei suoi residenti.

Ma chi sono i residenti di Dubai? Sono anche iraniani, per passaporto e per origini: una comunità di oltre 500 mila persone che, sin dall’unificazione del Paese, ha contribuito alla sua crescita e che oggi si trova in una situazione paradossale. Da un lato c’è il Paese che ha dato loro i natali e che li attacca, dall’altro quello che considerano casa, spesso da generazioni, che si difende.

Questa situazione, storicamente unica, ha portato gli Emirati Arabi Uniti a chiudere tutte le istituzioni iraniane a Dubai: l’ospedale, le scuole, il club e i centri culturali. Tutti i membri del personale iraniano inviati dal governo sono stati invitati a lasciare immediatamente il Paese, mentre al consolato iraniano è stato imposto di ridurre le operazioni al solo personale locale.

L’Ospedale Iraniano, aperto a Dubai nel 1972, ha ricevuto istruzioni dalla Dubai Health Authority di cessare tutte le attività entro circa un mese. La Knowledge and Human Development Authority ha inoltre revocato le licenze ad almeno cinque scuole della comunità iraniana, con gli studenti obbligati a trasferirsi entro la fine di marzo. Il Club Iraniano ha annunciato la sospensione di tutte le attività entro marzo, citando le “circostanze attuali”: oltre 2.000 droni e 300 missili balistici (ad oggi) lanciati contro gli Emirati Arabi Uniti dal 27 febbraio.

Purtroppo cittadini emiratini e residenti stranieri hanno perso la vita e oltre 100 persone sono rimaste ferite. I detriti delle intercettazioni hanno colpito Dubai Creek Harbour, 23 Marina, il Fairmont della Palm Jumeirah, la facciata del Burj Al Arab, l’Aeroporto Internazionale di Dubai, il porto di Jebel Ali e il complesso industriale di Ruwais ad Abu Dhabi, per citare alcuni dei luoghi più iconici. Gli Emirati Arabi Uniti hanno speso oltre 3 miliardi di dollari per la difesa aerea in due settimane, tredici volte di più rispetto a quanto speso dall’Iran per gli attacchi.

Il rifugio sicuro che Dubai ha costruito in tre decenni si sta incrinando a causa dei frammenti che cadono da un tasso di intercettazione del 94%: quel 6% che riesce a passare provoca incendi che compaiono ogni sera nei notiziari di tutto il mondo, spesso amplificati da una narrazione mediatica sensazionalistica che non restituisce pienamente la complessità della realtà.

Le chiusure istituzionali rappresentano l’equivalente diplomatico di quanto avvenuto nel settore assicurativo il 5 marzo. Le organizzazioni iraniane hanno interrotto i rapporti finanziari tra il trasporto marittimo del Golfo e il commercio globale. Ora gli Emirati Arabi Uniti stanno interrompendo il rapporto sociale tra l’Iran e il più grande hub commerciale del Golfo. L’ospedale che curava gli espatriati iraniani, le scuole che educavano i loro figli, il club dove la comunità si riuniva: tutto chiuso. Non per ciò che accadeva al loro interno, ma per ciò che accade sopra di loro.

Nella numerosa comunità iraniana che vive negli Emirati Arabi Uniti, molti sono presenti da decenni, radicati nel tessuto sociale: gestiscono attività, possiedono proprietà, mandano i figli nelle scuole che hanno appena perso la licenza e ricevono cure nell’ospedale che ha ricevuto l’ordine di chiusura. Le misure non colpiscono i combattenti, ma l’infrastruttura della normalità. Il messaggio è chiaro: se il tuo governo lancia missili contro le nostre città, la tua comunità perde i propri punti di riferimento.

Tuttavia, un regime così totalitario e sanguinario non sembra interessato al destino di chi è considerato colpevole di aver abbandonato la madrepatria. Ancora meno alle conseguenze per gli altri, compresi coloro che perderanno il proprio impiego a causa di queste decisioni, indipendentemente dal passaporto o dal credo religioso.

Gli Emirati Arabi Uniti, pur professando la religione musulmana, rappresentano uno dei contesti più aperti alla convivenza tra culture e fedi diverse. Proprio per questo, la violenza degli attacchi iraniani appare ancora più priva di giustificazione.

Gli Emirati Arabi Uniti hanno chiuso la loro ambasciata a Teheran il 1° marzo, tre giorni dopo l’inizio della guerra. Ora hanno chiuso anche la presenza istituzionale iraniana a Dubai. La rottura diplomatica appare totale e, secondo molti osservatori, difficilmente reversibile.

Nessuna ambasciata. Nessun personale consolare. Nessun ospedale. Nessuna scuola. Nessun club. Due Paesi separati da appena 33 chilometri di mare, con oltre 300 miliardi di dollari in asset iraniani sul suolo emiratino e una disputa cinquantennale su tre isole occupate dall’Iran nel 1971, sono arrivati a un punto di rottura senza precedenti.

Questo è il volto della guerra quando scende al livello quotidiano. Non bombardamenti aerei o truppe, ma un preside che comunica ai genitori il trasferimento dei figli entro fine mese. Un amministratore sanitario che informa i pazienti della sospensione dei servizi. Un club che chiude “a causa delle circostanze attuali”, mentre quelle stesse circostanze sono missili puntati sulla città.

È questa la domanda che si pone ogni giorno la comunità iraniana negli Emirati: sospesa tra due appartenenze, mentre sopra le loro teste continuano a cadere detriti.

Mentre le istituzioni chiudono con atti formali, la comunità che ha costruito una vita tra due bandiere scopre che, quando quelle bandiere entrano in guerra, quella vita è la prima vittima silenziosa.

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