L’accordo di pace tra Stati Uniti e Iran non è solo un capitolo diplomatico. Secondo quanto rilevato dal Wall Street Journal, include una spinta massiccia all’industria petrolifera iraniana, capace di rianimare l’economia del Paese e generare oltre 60 miliardi di dollari l’anno di entrate petrolifere. Il memorandum d’intesa consente a Teheran di vendere petrolio e carburante sui mercati internazionali. Già questa settimana diverse petroliere iraniane hanno lasciato i porti superando la linea del blocco navale statunitense.
Cosa smantella davvero l’accordo
L’impegno degli Stati Uniti a consentire le esportazioni, revocabile se i colloqui non dovessero risultare produttivi, smantella il cuore delle sanzioni nate oltre dieci anni fa per isolare il regime e frenare le sue ambizioni nucleari. La mossa permetterà all’Iran di commercializzare il greggio su vasta scala anche a clienti che lo avevano evitato negli ultimi anni.
Prima della guerra, l’Iran produceva il 4% del greggio mondiale. Durante gli anni delle sanzioni, la Repubblica islamica è stata costretta a utilizzare reti di spedizione clandestine, vendendo a prezzi scontati soprattutto a raffinerie indipendenti in Cina. Gli ampi permessi ora concessi indicano la pressione sull’amministrazione Trump per chiudere l’intesa.
I numeri: 8 miliardi in due mesi, oltre 60 su base annua
Gli esperti citati dal Wall Street Journal stimano che l’Iran potrebbe generare già 8 miliardi di dollari nei primi due mesi dell’accordo. Su base annua, le entrate potrebbero superare i 60 miliardi di dollari, calcolati sui livelli di produzione prebellici e sui prezzi attuali del greggio. Per un investitore che osserva il comparto energetico, si tratta di una variabile che può incidere sull’offerta globale in tempi relativamente brevi.
Il rischio: armare il regime e la rete regionale
L’accordo include anche il discusso piano di investimenti da 300 miliardi di dollari, e scommette sul fatto che il denaro possa placare le ambizioni regionali di Teheran. Esiste però la preoccupazione che le nuove entrate finiscano per rafforzare il regime, aiutino a ricostruire le forze militari e a sostenere i gruppi che fanno parte della sua rete regionale, in particolare Hamas, Hezbollah e Houthi.
Un alto funzionario statunitense ha precisato che il mantenimento del sollievo dalle sanzioni dipenderà dal rispetto dei requisiti sulle attività nucleari iraniane e dall’apertura dello Stretto di Hormuz.
Come cambiano i canali finanziari
In passato gran parte dei proventi petroliferi iraniani restava bloccata all’estero a causa delle sanzioni finanziarie. Teheran accedeva ai fondi tramite canali bancari complessi nei Paesi del Golfo o tramite criptovalute, con transazioni lente e inaffidabili. Ora gli Stati Uniti promettono di aprire canali bancari per rimpatriare i proventi delle vendite, un cambiamento che riduce drasticamente i costi di transazione e i tempi di accesso alla liquidità per Teheran.
Il rischio surplus: cosa dice l’AIE
La riapertura dello Stretto di Hormuz potrebbe creare un eccesso di offerta sul mercato già il prossimo anno. Gli Emirati Arabi Uniti, usciti di recente dall’OPEC, hanno promesso di aumentare la produzione, aggiungendo un’ulteriore fonte di offerta in un mercato già destinato a riassorbire il greggio iraniano.
L’Agenzia internazionale dell’energia ha avvertito che una risoluzione duratura del conflitto potrebbe innescare un surplus globale nel 2027, anno in cui l’offerta mondiale è attesa superare la ripresa della domanda.


