Dazi, Codogno: “Il consumatore americano soffrirà più di tutti, l’Italia deve mantenere i nervi saldi”

Codogno
Intervista esclusiva al prof. Lorenzo Codogno: l’ex capo economista del MEF, tra i più autorevoli economisti europei, svela i rischi della guerra commerciale e le strategie per uscirne più forti.

Lorenzo Codogno è tra i più autorevoli economisti europei: fondatore e chief economist di LC Macro Advisors, è Visiting Professor in Practice alla London School of Economics, docente al College of Europe di Bruges e Senior Fellow presso la LUISS LEAP.

Già Capo Economista del Ministero dell’Economia e delle Finanze, ha firmato il libro “Meritocracy, Growth, and Lessons from Italy’s Economic Decline”.

Lo abbiamo intervistato per approfondire gli effetti della guerra commerciale tra Stati Uniti, Cina ed Europa, con uno sguardo lucido sull’impatto dei dazi sull’economia italiana, sulla risposta dell’Unione Europea e sulle sfide future per le imprese. Il suo è un viaggio tra le tensioni geopolitiche globali e le opportunità strategiche per l’Europa.

I dazi introdotti dall’amministrazione Trump colpiscono in modo differenziato i settori e le economie globali. Quali industrie europee, e in particolare italiane, ritiene più vulnerabili a lungo termine, e come potrebbero adattarsi per mitigare l’impatto?

Le aziende più vulnerabili sono quelle con prodotti ad alta elasticità di sostituzione e più soggette al rischio in caso di diminuzione della domanda, e ovviamente quelle che hanno una quota importante del loro fatturato esportato negli Stati Uniti. Non è infatti facile rimpiazzare un mercato così importante e ricco come quello statunitense.

Tuttavia, l’impatto non va esagerato. In molti casi gli esportatori NON dovrebbero abbassare i prezzi per mantenere le quote di mercato, perché spesso non esistono competitori statunitensi o di altri paesi in grado di sostituirsi alle importazioni dall’Europa sul mercato statunitense.

E anche quando queste alternative esistono, spesso ci vorranno degli anni per ricostituire delle filiere interne. Infine, non vi è neppure un rischio elevato di cambiamento del paese di approvvigionamento. Se gli importatori statunitensi importassero di più dall’Asia o dalle Americhe anziché dall’Europa, dovrebbero fronteggiare dei dazi simili o ancor più elevati.

Quindi il consiglio è di mantenere i nervi saldi, non cedere alle pressioni di abbassare i prezzi sul mercato statunitense per proteggere le quote di mercato, e diversificare. A mio avviso il consumatore americano soffrirà più di ogni altro e inevitabilmente ci sarà una contrazione più o meno significativa della domanda, ma a questo si può far fronte soltanto diversificando i mercati di sbocco delle esportazioni. L’Italia è più esposta di altri paesi europei ad una possibile flessione della domanda statunitense, vista la quota importante di esportazioni verso quel paese e il saldo commerciale in forte surplus. Tuttavia, molti dei prodotti esportati sono di alta gamma e con nicchie che hanno un elevato potere di prezzo sul mercato statunitense. Questo dovrebbe aiutare a mantenere le quote di mercato nonostante i più alti prezzi che il consumatore americano dovrà sostenere.

Le ritorsioni commerciali, come quelle cinesi contro aziende come Tesla, rischiano di innescare una spirale protezionistica. Quali misure concrete dovrebbe adottare l’Unione Europea per proteggere la stabilità economica dell’Eurozona senza compromettere i rapporti transatlantici?

La Commissione Europea, che è competente per le politiche commerciali in rappresentanza di tutta l’Unione Europea, ha ben presenti i problemi ed ha già sviluppato strategie adeguate, forte anche dell’esperienza della prima Amministrazione Trump. Sperabilmente la risposta sarà nulla perché i dazi colpiscono più il paese che li impone che il resto del mondo. Poiché l’Unione Europea è un’area economica molto aperta e che fa affidamento sull’interscambio commerciale, è suo interesse cercare di mantenere i mercati mondiali più aperti possibile e di rafforzare un sistema internazionale basato su regole multilaterali applicate da istituzioni internazionali come la World Trade Organisation (WTO).

È significativo che sia l’Unione Europea, sia la Cina e molti altri paesi, hanno denunciato i dazi introdotti da Trump al WTO. Anche se questo non sarà probabilmente efficace, è un segnale importante per cercare mantenere e migliorare il sistema di regole internazionali, che invece gli Stati Uniti vorrebbero abolire a favore di un sistema bilaterale incentrato sul loro potere negoziale.

Se i negoziati non dovessero portare ad un’area di libero scambio con gli Stati Uniti e parte dei dazi imposti rimarrà nei prossimi anni, la risposta europea dovrebbe rimanere misurata. Penso che la Commissione abbia già nel cassetto un pacchetto di misure mirate a colpire soprattutto il bacino elettorale del Presidente Trump nel Mid-West, in modo tale da ottenere il massimo effetto politico ed il minimo danno economico.

Secondariamente, la Commissione ha stime molto granulari della ‘elasticity of substitution’ per i settori e le merci importate dagli Stati Uniti, cioè le merci che hanno una elevata possibilità di essere sostituite da produzioni europee e dove la competitività di prezzo è un fattore importante. Quindi potrebbero colpire in modo molto selettivo settori e prodotti, di nuovo con il fine di massimizzare l’impatto politico sugli Stati Uniti minimizzando il costo economico per l’Europa. Infine, non si dovrebbe penalizzare l’importazione di tecnologie avanzate che penalizzerebbe la capacità di innovare in Europa.

Si potrebbe invece tassare in modo più efficace le piattaforme elettroniche di distribuzione di emanazione statunitense. Anche in questo caso, i danni economici per l’Europa sarebbero limitati, mentre la pressione sull’Amministrazione americana sarebbe elevata.

Temo purtroppo che la proposta europea di tassazione zero per gli scambi con gli Stati Uniti non verrà accolta. Tuttavia, le pressioni interne dell’industria statunitense costringeranno il Presidente Trump a moderare le proprie richieste tariffarie. Ricordo infine che in economia esiste l’effetto “J”. Se i prezzi delle importazioni aumentano nel breve periodo e vi saranno difficoltà a sostituirle con produzioni nazionali statunitensi come spera Trump, lo squilibrio commerciale statunitense tenderà ad aumentare. Se a questo si aggiungono anche i vari scricchiolii del dollaro, della borsa e dei tassi sui titoli del Tesoro, ci sono gli ingredienti per un vero e proprio boomerang per l’economia statunitense. Ne riparleremo tra un anno per vedere quanto della strategia di Trump sopravviverà agli eventi.

In un contesto di pressioni inflazionistiche alimentate dai dazi, come valuta l’attuale strategia della BCE? Ritiene che un inasprimento della politica monetaria possa contrastare efficacemente gli shock esterni senza soffocare la crescita europea?

La BCE non ha modificato la sua politica monetaria sino ad ora. Sta continuando a ridurre i tassi d’interesse ad un ritmo di 25 punti base ad ogni riunione. Ovviamente si sta avvicinando ad un’area di neutralità ed in futuro risponderà a seconda dei rischi sull’inflazione e delle dinamiche di domanda e offerta.

Nel breve periodo, i dazi introdotti da Trump avranno un qualche impatto negativo sulla domanda statunitense di prodotti europei. Con la diminuzione delle esportazioni verso gli Stati Uniti si contrarranno nel loro complesso le esportazioni europee e quindi la domanda aggregata. Ovviamente potrebbe esserci anche una contrazione delle importazioni. Ad ogni modo, l’effetto netto andrà probabilmente a diminuire la pressione della domanda sui prezzi e quindi l’inflazione tenderà a scendere. Inoltre, come effetto del venir meno della domanda dagli Stati Uniti, l’attuale eccesso di capacità produttiva, specialmente in alcuni settori e da alcuni paesi come la Cina, potrebbe esser dirottata verso l’Europa. La pressione competitiva tenderebbe di nuovo a ridurre i prezzi di mercato.

Inoltre anche in Europa, la capacità produttiva utilizzata è su livelli bassi, e anche questo fattore indurrebbe a pensare che la pressione sui prezzi sarà verso il basso. Poi, vi sono gli effetti dell’incertezza sull’economia e di contagio sui mercati finanziari. Nel solo mese di aprile, ad esempio, l’euro si è apprezzato più del 3% in termini pesati per le quote dell’interscambio. Questo ha effetti deflazionistici, così come lo hanno gli impatti negativi sulle borse e l’incertezza economica, che tende a far rimandare decisioni di consumo ed investimento.

Tuttavia, vi sono anche fattori che giocano in senso contrario. Nel lungo periodo, un’economia mondiale più frammentata e meno aperta riduce l’efficienza economica, la produttività ed alla fine la crescita potenziale. Questo significa che pressioni meno significative del passato sul lato della domanda porterebbero ad un aumento dei prezzi, a cui la banca centrale dovrebbe rispondere con politiche più restrittive. La globalizzazione e l’ingresso di produttori a basso costo sui mercati mondiali ha portato negli ultimi trent’anni a riduzioni significative dei prezzi delle merci scambiate internazionalmente a beneficio dei consumatori.

Un’inversione di questa tendenza porterebbe ad un rialzo generalizzato dei prezzi. Infine, devo ricordare che la disoccupazione è a livelli storicamente molto bassi in tutta l’Europa e che in presenza di un mercato del lavoro così ‘tirato’, un possibile aumento dei prezzi delle importazioni potrebbe generare effetti di second’ordine, con maggiori richieste salariali e pressioni verso l’alto per l’inflazione. In sintesi, penso che nel lungo periodo possano prevalere tendenze verso la stagflazione, cioè minore crescita e maggiore inflazione. Nel breve periodo però, i dazi di Trump si prefigurano più come uno shock da domanda al quale la banca centrale può tranquillamente rispondere con politiche monetarie più accomodanti.

L’Italia, con la sua economia fortemente orientata all’export, potrebbe subire contraccolpi significativi. Quali settori italiani vede a maggior rischio, e quali strategie di diversificazione dei mercati suggerirebbe?

Come dicevo prima, l’Italia è sicuramente più esposta, forse seconda solo alla Germania in un contesto europeo. Tuttavia, ha anche dei prodotti che sono meno sensibili al fattore prezzo e meno sostituibili da produzioni statunitensi. Per intenderci, chi vorrà acquistare una bottiglia di Barolo negli Stati Uniti, dovrà rassegnarsi a pagare di più, consumare di meno o ripiegare su una bottiglia della Napa Valley, ma non sarebbe la stessa cosa. Soprattutto, non si possono far crescere vigneti da un giorno all’altro e quindi anche i prezzi dei produttori locali salirebbe nel breve periodo, riducendo il vantaggio competitivo dei dazi.

Si può dire altrettanto per la meccanica di precisione, che rappresenta una quota significativa delle esportazioni italiane. Anche in questo caso le esportazioni italiane hanno nicchie difficilmente contendibili nel breve periodo dai produttori locali o da esportatori da altre nazioni che soffrirebbero anch’essi dai dazi di Trump. E gli imprenditori sanno benissimo che costruire catene del valore ed impianti produttivi necessita di anni di lavoro. Quindi i settori più a rischio sono quelli che hanno già sofferto in passato per la globalizzazione e la competizione di prezzo da produttori a basso costo, ma ormai queste produzioni non rappresentano più una quota importante delle esportazioni italiane. Non sta a me suggerire strategie di diversificazione. Ogni impresa ha le proprie specificità, i propri prodotti, e le proprie capacità di stare sul mercato. In genere, si può dire che un’economia mondiale più frammentata premia la flessibilità e la diversificazione produttiva, di prodotto e di localizzazione, e su questo le imprese esportatrici italiane dovrebbero puntare.

I dazi americani hanno già influenzato la volatilità dei mercati globali. Dalla sua esperienza, quali segnali specifici dovrebbero monitorare gli investitori per anticipare ulteriori turbolenze, e quali asset potrebbero fungere da “rifugio sicuro”?

In tempi non sospetti, cioè prima delle elezioni americane, avevo detto che un importante segnale di sfiducia sulla nuova amministrazione Trump sarebbe arrivato dall’andamento del dollaro, e così si è verificato. A partire dal Liberation Day del 2 aprile, l’indebolimento del dollaro ha accelerato in modo molto rapido e preoccupante. È una chiara indicazione di perplessità o addirittura di incredulità nei confronti delle politiche del Presidente Trump. Se questo dovesse continuare potrebbe mettere a repentaglio la stabilità dei mercati finanziari, con fuoriuscite di capitali internazionali dal mercato statunitense che farebbe crollare le borse e alzerebbe i tassi di interesse a lungo termine. Si genererebbe in sostanza una crisi di finanziamento dello squilibrio commerciale statunitense nei confronti del resto del mondo. Sino a che gli Stati Uniti erano in grado di attrarre continui flussi di investimento diretti o finanziari anche un elevato squilibrio di bilancia dei pagamenti era sostenibile. Ora le cose potrebbero cambiare. Se venissero meno i flussi di investimento si aprirebbe una crisi finanziaria senza precedenti. E anche una valuta di riserva così centrale per il sistema finanziario internazionale come il dollaro non sarebbe esente da problemi.

Se dovesse venire meno il ruolo del dollaro e delle attività finanziarie statunitensi come bene rifugio internazionale in funzione anticiclica, vi sarebbero ben poche alternative nel breve periodo. Il ruolo dell’euro potrebbe gradualmente crescere se le politiche economiche europee saranno adeguate. In generale, vi sarebbe un’accelerazione del processo che in parte è già in atto, verso un sistema finanziario internazionale più multipolare. Questo sarebbe un’opportunità per l’euro e per l’Europa, ma vi sarebbero anche molti potenziali rischi sulla stabilità finanziaria.

I dazi stanno spingendo le aziende a ripensare le catene di approvvigionamento globali. Quali opportunità intravede per l’Italia nel riposizionarsi come hub manifatturiero regionale, e quali ostacoli strutturali potrebbero frenare questo processo?

Questa è una domanda molto importante. L’Italia non dovrebbe porsi come obiettivo quello di riportare produzioni a basso valore aggiunto sul territorio nazionale o rintanarsi in catene di approvvigionamento locali. Questa è la politica sbagliata di Trump. Dovrebbe invece favorire produzioni ad alto contenuto tecnologico e valore aggiunto, anche congiuntamente ad altri partner europei qualora sia necessario raggiungere economie di scala. Dovrebbe puntare sulle tecnologie e sull’innovazione, e quindi sulla scuola, sull’educazione universitaria d’eccellenza e sulla ricerca. Inoltre dovrebbe rendere il mercato del lavoro molto più flessibile perché l’innovazione poco si adatta ad un mercato del lavoro rigido. Bisognerebbe superare le rigidità contrattuali per garantire la mobilità e flessibilità che un’economia di mercato basata sulla conoscenza richiede. E non bastano cambiamenti al margine come quelli attuali, ma occorrerebbero grandi balzi per migliorare in termini competitivi rispetto agli altri paesi. Sarebbe il modo per aumentare la produttività, la crescita economica, e quindi i redditi dei lavoratori e il benessere dei cittadini.

I dazi riflettono tensioni geopolitiche più ampie tra Stati Uniti, Cina ed Europa. Come vede evolversi il ruolo dell’UE come attore geopolitico in questo scenario, e quali lezioni può trarre l’Italia?

Sì, è vero. I dazi riflettono problemi e sfide geopolitiche più profonde, che nascono anche dalla percezione che gli Stati Uniti stiano perdendo la loro leadership mondiale, e non solo economica. Quindi si spiegano più con una logica di potere che una economica. E questo porterà a nuovi vincitori e vinti nello scacchiere internazionale, a costo di un impatto negativo per l’economia mondiale nel suo complesso. L’Europa è un vaso di coccio. Negli ultimi anni ha mostrato tutta la sua fragilità politica e di governance, la sua dipendenza dall’estero per le materie prime energetiche e non, la sua debolezza tecnologica, quella militare e di sicurezza. Non ha altra strada se non quella di integrarsi ulteriormente, con cessioni di sovranità nazionale a favore di quella europea, l’unica che consente di sfruttare appieno le potenzialità economiche e non economiche di un’area economica che ha anche molti punti di forza. Sono rappresentati da un’elevata conoscenza ed istruzione, da capacità tecniche e culturali, dalle diversità che in Europa sono un grande capitale di crescita, e dalla democrazia. Sono cose che a volte diamo per scontate, ma che in altre aree non lo sono affatto. Al di là delle varie sensibilità politiche, l’Italia dovrebbe riconoscere, anche più di quanto non faccia ora, che l’Europa è la vera opportunità anche per l’Italia ed attivamente promuovere processi di integrazione più stretta.

I dazi colpiscono settori strategici come quello delle auto elettriche, dove la competizione tra Stati Uniti, Cina ed Europa è feroce. Come possono le aziende europee, incluse quelle italiane, mantenere un vantaggio competitivo in termini di innovazione tecnologica?

Le esportazioni cinesi di veicoli elettrici in Europa rischiano di fare terra bruciata delle produzioni europee, come è già accaduto per i pannelli fotovoltaici. L’Unione Europea già applica dazi specifici per le aziende produttrici cinesi che ottengono sussidi impropri e contrari ai principi del WTO. Su questo, le politiche Europee dovrebbero essere ancor più rigorose e stringenti laddove l’evidenza di concorrenza sleale sia chiara. Ma non dovrebbe cadere nell’errore del protezionismo. Le imprese europee hanno la capacità di competere a livello internazionale puntando sulla tecnologia e sulla qualità. Il problema è che negli ultimi anni le case produttrici europee hanno perso terreno per scelte sbagliate, anche a causa di processi europei non coerenti e tempestivi. Inoltre, hanno perso terreno sull’intelligenza artificiale e sulle batterie elettriche che sono componenti che attraggono sempre più valore aggiunto sulle nuove vetture.

Tuttavia, ormai le case automobilistiche mondiali sono di dimensioni elevate e con attività in tutti i continenti, per ottenere economie di scala sugli altissimi costi di ricerca a sviluppo. Molto spesso sono gruppi multinazionali con azionariato diffuso e con localizzazioni in molti paesi. La componentistica dell’auto elettrica è molto semplificata rispetto a quella dei motori a combustione, ma la filiera produttiva non lo è di meno, e quindi le catene di approvvigionamento sono per certi versi ancora più complesse. Rinchiudersi a riccio tra i confini nazionali non serve. Sono le stesse case automobilistiche europee che nell’attuale contesto competitivo internazionale dovranno trovare le soluzioni migliori per far fronte alla concorrenza cinese. È significativo che la VDA, la potente associazione dei produttori automobilistici in Germania, sia nettamente contraria a misure protezionistiche e che voglia mantenere aperti i mercati alla concorrenza internazionale. Evidentemente ritengono che l’industria automobilistica tedesca ed europea sia già globale per definizione e che ridurre l’apertura comporterebbe un danno ancora più elevato per i produttori europei.

Le piccole e medie imprese italiane, spesso meno attrezzate per affrontare shock esterni, rischiano di essere penalizzate dai dazi. Quali politiche nazionali ed europee proporrebbe per sostenerle, evitando un aumento delle disuguaglianze regionali?

Le imprese italiane soffrono di un male antico che è la scarsa struttura dimensionale, in un’economia globalizzata che sempre di più premia la capacità di fare grandi investimenti in innovazione. Questo non è un problema nuovo e non si è neppure particolarmente accentuato per la guerra dei dazi. Il vero nodo è che le tante aziende di medie dimensioni, con grande iniziativa imprenditoriale e presenza sui mercati internazionali, devono avere la capacità di crescere e rappresentare una quota sempre crescente dell’economia italiana. Invece, per vari vincoli legati all’ambiente imprenditoriale, alle burocrazie, egli enormi “lacci e lacciuoli” del sistema economico italiano, alle piccole dimensioni del mercato italiano e alla frammentazione di quello europeo, alle poche capacità di canalizzare il risparmio sull’impresa, in Italia ed in Europa, e in parte anche alle capacità imprenditoriali non sempre d’eccellenza, le imprese non riescono a crescere velocemente come avviene negli Stati Uniti ed in Cina. Piccolo non è bello nell’attuale contesto economico internazionale, ma della piccolezza delle dimensioni aziendali in Italia bisognerebbe almeno sfruttare appieno la flessibilità, che come ho citato è una dote essenziale nell’attuale contesto internazionale, e non ultimo per ridurre le diseguaglianze, anche quelle geografiche.

Guardando oltre l’attuale ciclo di dazi, quali cambiamenti strutturali prevede per l’economia globale? L’Italia e l’Europa possono trasformare questa crisi in un’opportunità per rafforzare la loro resilienza economica, e se sì, come?

L’Italia e l’Europa hanno dei punti di forza, quelli che ho citato prima. Si dovrebbe far leva su questi. Quando si parla di politiche industriali si dovrebbe intendere proprio questo, cioè il favorire un ambiente imprenditoriale che porta allo sviluppo economico e ad una maggiore competitività dell’Italia e dell’Europa sugli scenari internazionali. In passato, la strada è già stata indicata da molti studi, e più di recente da un rapporto intelligentemente coordinato da Mario Draghi. La Commissione europea sta già cercando di tradurlo in azioni concrete a partire dal ‘Competitiveness Compact’. Questa è la grande opportunità per l’Europa e per l’Italia. I paesi dovrebbero abbandonare i loro interessi particolari e lavorare per un progetto comune che possa rilanciare la competitività e la crescita, aumentando al contempo la resilienza economica e il benessere per i cittadini.

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