Ieri, 17 aprile, i mercati energetici hanno registrato uno dei movimenti più bruschi degli ultimi anni: all’annuncio della riapertura dello Stretto di Hormuz da parte del Ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, il WTI ha perso l’11,7% scendendo a 83,6 dollari al barile, mentre il Brent ha ceduto il 10,8% a 88,6 dollari.
Meno di ventiquattr’ore dopo, però, le forze armate iraniane hanno dichiarato che lo stretto è tornato sotto controllo militare, per effetto del blocco navale USA mai sospeso da Washington. La volatilità, pertanto, torna protagonista.
Quanto vale Hormuz in numeri: il peso economico di 54 chilometri di mare
Prima di leggere i movimenti di mercato, vale la pena fissare la dimensione del problema. Attraverso lo Stretto di Hormuz transita il 20% del greggio mondiale. Non è un dato astratto: significa che ogni variazione nel controllo militare iraniano dello stretto si traduce direttamente in un aggiustamento dei prezzi dell’energia pagati da famiglie, imprese e governi su quattro continenti.
La Cina è il paese più esposto: nel 2024 Pechino ha fatto passare da Hormuz acquisti in gas e petrolio per 110 miliardi di dollari. Gli Stati Uniti, pur essendo oggi un paese esportatore netto, continuano ad acquistare greggio e gas dal Golfo per circa 23 miliardi di dollari. L’Italia, che ha ridotto le forniture dalla Russia e aumentato la dipendenza dal gas qatariota – che transita anch’esso per Hormuz – acquista prodotti energetici via stretto per circa 11 miliardi di dollari.
La crisi è già paragonabile o peggiore delle crisi energetiche degli anni Settanta per impatto sul sistema economico globale. Oltre al petrolio, nello stretto transita il gas naturale liquefatto, i carburanti per aviazione, il GPL, il gasolio, i prodotti petrolchimici. La chiusura non blocca solo il greggio: blocca una filiera.
Il 17 aprile: dal picco di marzo al crollo in una seduta
Per capire la violenza del movimento del 17 aprile serve il contesto. Il record annuale del greggio era stato toccato il 9 marzo 2026 a 119,5 dollari al barile. Da lì, tra tensioni negoziali e segnali di apertura alternati, le quotazioni avevano oscillato in un range ampio, incorporando un significativo premio al rischio geopolitico.
Quando Araghchi ha pubblicato su X l’annuncio della riapertura, il mercato ha fatto esattamente quello che ci si aspettava: i prezzi del greggio sono arrivati a perdere quasi il 10%, segnale molto chiaro di un rapido sgonfiamento del premio al rischio geopolitico che si era accumulato nelle ultime sedute. Anche il gas naturale TTF ha evidenziato un crollo del 15% a 39 euro MWh.
A fine seduta il WTI cedeva l’11% a 84 dollari, mentre il Brent perdeva oltre il 10% a 89 dollari al barile. Il TTF di Amsterdam lasciava sul terreno il 7,4% a 39 euro al megawattora. Sul fronte valutario, il dollaro ha perso terreno sull’euro, con la moneta unica a 1,1831 sul biglietto verde.
Le borse hanno risposto in senso opposto. L’Europa ha allungato il passo: Milano a +1,75%, Parigi a +1,95%, Francoforte a +2,27%. A Wall Street i principali indici hanno guadagnato più dell’1%, con il Dow Jones sopra il +2%. Il Dow Jones ha chiuso a 49.447 punti, il Nasdaq a 24.468, l’S&P 500 a 7.126.
Anche il mercato del debito sovrano italiano ha registrato un miglioramento: lo spread BTP-Bund è sceso a 72 punti base dai 79 del giorno precedente, con la curva euro che ha beneficiato dell’allentamento delle tensioni sul petrolio.
La trappola del premio al rischio: perché i mercati si erano fatti illudere
Il movimento del 17 aprile non è stato solo una reazione alla notizia. È stato la liquidazione forzata di posizioni costruite in settimane di escalation. Diversi analisti hanno messo in guardia: i volumi che si sono visti in questa seduta erano legati al fatto che i trader erano entrati in questo rally per non perdere le posizioni una volta che l’S&P 500 è salito sopra i 7.000 punti.
L’analista Ed Yardeni aveva già avvertito il giorno precedente: i trader sui future del petrolio non sembravano così ottimisti come gli investitori azionari su quando sarebbe finito il caos della guerra. Una distinzione che il 18 aprile si è rivelata fondata.
Il blocco navale statunitense verso l’Iran è rimasto in vigore anche dopo l’annuncio di riapertura iraniano, quindi la riapertura non equivaleva ancora a una piena normalizzazione geopolitica e commerciale dell’area. Il mercato aveva festeggiato una notizia incompleta. Quando il Khatam al-Anbiya ha emesso la dichiarazione di richiusura il mattino del 18 aprile, il premio al rischio ha cominciato a rientrare nella direzione opposta.
Il blocco USA e la shadow fleet: il problema che i mercati non prezzano ancora bene
C’è una componente strutturale che i movimenti di breve termine tendono a ignorare. Il traffico iraniano non passa soltanto attraverso navi facilmente identificabili, ma anche tramite la cosiddetta “shadow fleet”, imbarcazioni con registrazioni opache, cambi di bandiera, sistemi di tracciamento spenti o manipolati, rotte falsificate e trasferimenti nave-a-nave che mascherano l’origine reale del carico.
Questo significa che anche con lo stretto formalmente aperto, l’effettiva quantità di petrolio iraniano in circolazione dipende da dinamiche che sfuggono al monitoraggio dei mercati in tempo reale. Le raffinerie asiatiche si sono mosse rapidamente per proteggere i propri approvvigionamenti, acquistando grandi quantità di greggio originariamente destinate ai mercati occidentali. Secondo Nic Dyer di Energy Aspects, l’impatto di questa corsa si farà sentire in Europa e negli Stati Uniti entro circa un mese, quando le scorte disponibili nell’Atlantico saranno completamente drenate.
Le interruzioni hanno rimodellato i flussi commerciali: le esportazioni di petrolio statunitense sono aumentate a livelli quasi record mentre Europa e Asia cercano alternative, avvicinando gli USA allo status di esportatore netto per la prima volta dalla Seconda Guerra Mondiale. Un cambiamento strutturale che non scomparirà con la firma di un accordo.
Cosa osservare nelle prossime ore e nei prossimi giorni
I negoziati proseguiranno nel fine settimana, probabilmente lunedì a Islamabad, in Pakistan. Il cessate il fuoco scade mercoledì. Il mercato del petrolio si trova in una zona di incertezza in cui ogni dichiarazione – da Washington come da Teheran – può spostare le quotazioni di 5-10 punti percentuali in poche ore.
Gli assicuratori e le agenzie di rating hanno ribadito che, anche in ipotesi di cessate il fuoco, il ritorno ai livelli di traffico pre-crisi sarà graduale. I costi di assicurazione per le traversate rimarranno superiori alla media per un periodo prolungato.
Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, a Washington per i lavori di FMI e Banca Mondiale, ha sintetizzato così: “I mercati sono razionali, ma anche irrazionali: ragionano sull’immediato e sulle aspettative. Dobbiamo avere la razionalità e il sangue freddo per valutare la dinamica di lungo periodo”. Il punto di fondo, emerso con insistenza durante quei lavori, è che la stabilizzazione dei prezzi energetici globali passa necessariamente dall’esito del conflitto tra USA-Israele e Iran, non dai movimenti intraday del greggio.


