Sei settimane di guerra e un conto salatissimo: la tregua con l’Iran è una sconfitta per Trump

Donald Trump
In sei settimane di guerra il Brent è salito del 48% e il gas europeo del 74%. Il ricatto iraniano su Hormuz ha dimostrato la fragilità energetica dell'Occidente. Il bilancio economico di un'operazione mal calcolata.

Era il 13 gennaio quando Trump, su Truth, ha scritto: “Patrioti iraniani, continuate a protestare. Prendete il controllo delle vostre istituzioni. L’aiuto è in arrivo”. Nel frattempo, a Teheran e dintorni, il regime teocratico stava massacrando i manifestanti.

La tregua di due settimane e i suoi effetti

La scorsa notte, invece, è stato siglato, su iniziativa del Pakistan e pressione della Cina, un accordo sulla tregua di due settimane, durante le quali negoziare la pace tra i contendenti. Quindi: gli ayatollah resteranno al loro posto e, stando così le cose, hanno vinto questa fase della guerra.

Gli obiettivi cambiati e la mossa di Teheran

Lo scrivo con cognizione di causa. L’obiettivo pubblico dell’avvio dell’operazione militare americana e israeliana era il cambio di regime con l’uccisione di Khamenei – il cui posto è stato preso dal figlio – e i continui bombardamenti, con migliaia di vittime.

Dopo, però, gli obiettivi sono cambiati per la mossa strategica di Teheran: il controllo dello Stretto di Hormuz, vitale soprattutto per il mercato energetico europeo e cinese, ha generato una pressione enorme sull’amministrazione di Washington. Uno Stretto che prima della guerra era libero e ora continuerà a essere sotto il controllo iraniano che, con le dovute proporzioni, rappresenta la “bomba atomica” del regime.

Le concessioni che Washington dovrà fare

Arrivando a un accordo, Washington dovrà necessariamente garantire al regime ulteriori concessioni, come l’indebolimento delle sanzioni, in cambio di qualcosa di simbolico per permettere a Trump di non perdere la faccia in casa propria, operazione però complessa, ricordando che in autunno negli Stati Uniti ci saranno le elezioni di metà mandato.

Il popolo iraniano illuso e Netanyahu sconfitto

In poche parole, Trump ha illuso il popolo iraniano, quello che sperava nella liberazione dal regime teocratico. Nulla cambierà; anzi, è probabile che peggiorerà, perché gli ayatollah avranno dalla loro la propaganda della vittoria e la forza che ne deriva, anche per schiacciare ancora di più l’opposizione interna, ora che hanno scongiurato la fine del loro potere.

Un altro sconfitto è Benjamin Netanyahu, che sperava finalmente di liberarsi del nemico numero uno di Israele, finanziatore di Hamas e Hezbollah: dovrà sottostare all’accordo, ma ha già fatto intendere che continuerà con la campagna in Libano, altrimenti sarà dura anche per lui mantenere la credibilità interna.

La figuraccia di Trump e la lezione per l’Europa

Come prevedibile, la minaccia esistenziale di Trump contro la “civiltà iraniana” – parole vergognose che faranno parte della storia cupa della sua amministrazione – si è trasformata in una figuraccia ridicola e imbarazzante. Una batosta umiliante, pari o poco inferiore solo a quella subita in Vietnam. In Europa dovremmo cominciare a smettere di abbassare la cresta quando parla Trump: occorrono patti chiari e amicizia lunga. Non ci si può fidare di chi fa il bullo.

Il costo economico che Washington non ha calcolato

C’è, poi, la dimensione macroeconomica. Quello che Trump ha fatto – o tentato di fare – in Iran è stato, sul piano dei mercati e dell’energia, un disastro senza attenuanti.

In sei settimane, il Brent è salito del 48%, toccando i 111 dollari al barile. Il gas naturale sul mercato europeo TTF ha segnato un rialzo del 74%. L’altalena è stata feroce: ogni dichiarazione di Trump faceva schizzare i futures, ogni indiscrezione di tregua li faceva cedere (tant’è che c’è chi parla di palese insider trading). I mercati energetici trasformati in un casinò, con l’Europa – e l’Italia in particolare – a pagare il prezzo più alto alle pompe di benzina e nelle bollette.

Il meccanismo del ricatto iraniano sullo Stretto di Hormuz ha funzionato esattamente come Teheran aveva calcolato. Attraverso quello stretto passa il 20% del petrolio mondiale: bloccarlo, anche solo selettivamente, anche solo minacciando di bloccarlo, è stata, come scritto poco su, la “bomba atomica” energetica del regime. Un’arma che prima della guerra nessuno aveva mai osato azionare davvero e che ora Teheran sa di poter usare di nuovo, in qualsiasi momento, con effetti garantiti sui mercati occidentali.

Il rischio di un lockdown energetico vero (forniture interrotte, scorte in esaurimento, prezzi fuori controllo) ha spinto l’Europa in un angolo che conoscevamo già: quello di chi dipende dall’energia altrui senza avere né le riserve né la forza diplomatica per gestire uno shock. L’hanno capito gli economisti, lo ha capito il mercato. Fatica a capirlo chi, a Washington, ha avviato questa operazione senza evidentemente aver calcolato che il vero punto di forza dell’Iran non era la bomba nucleare ma il rubinetto del petrolio.

La fragilità strutturale dell’Occidente nei confronti dei Paesi che controllano le riserve energetiche non è una novità. Ma questa guerra l’ha resa visibile, misurabile e dolorosamente attuale. Il conto, in termini di inflazione importata, rallentamento del PIL e vulnerabilità geopolitica, lo pagheremo ancora nei prossimi mesi, ben oltre la tregua di due settimane.

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