Nel pieno della Giornata Mondiale della Terra, da Catania arriva un segnale forte contro una delle derive più controverse del capitalismo contemporaneo: il greenwashing.
L’iniziativa congiunta promossa da Francesco Tanasi, segretario nazionale del Codacons, e da Alfonso Pecoraro Scanio, presidente della Fondazione UniVerde, si inserisce in un contesto economico in cui la sostenibilità è diventata sempre più un asset strategico per imprese e istituzioni.
Negli ultimi anni, il capitalismo ha rapidamente incorporato il linguaggio ambientale, trasformando termini come “green”, “eco” e “sostenibile” in leve di posizionamento commerciale. Questo processo, se da un lato segnala una maggiore attenzione ai temi ambientali, dall’altro espone il sistema a un rischio concreto: quello di svuotare di significato la sostenibilità, riducendola a semplice strumento di marketing.
L’allarme lanciato da Tanasi e Pecoraro Scanio riguarda proprio questa contraddizione. Quando la sostenibilità diventa un’etichetta priva di contenuti verificabili, si crea un cortocircuito tipico delle dinamiche capitalistiche più aggressive: il valore etico viene monetizzato senza che vi sia un reale cambiamento nei processi produttivi o nei modelli di consumo.
Uno degli aspetti più critici evidenziati nell’iniziativa riguarda il trasferimento dei costi. Nel capitalismo contemporaneo, infatti, la transizione ecologica viene spesso accompagnata da un aumento dei prezzi giustificato da presunti investimenti “verdi”. Tuttavia, in assenza di trasparenza e certificazioni credibili, questi rincari rischiano di trasformarsi in un onere ingiustificato per le famiglie.
Il meccanismo è semplice: il consumatore, spinto da una crescente sensibilità ambientale, è disposto a pagare di più per prodotti percepiti come sostenibili. Se però questa percezione è costruita su messaggi ambigui o ingannevoli, il mercato premia comportamenti opportunistici anziché virtuosi. In termini capitalistici, si tratta di una distorsione informativa che altera la concorrenza e penalizza le imprese realmente impegnate nella transizione ecologica.
Il greenwashing non è solo un problema etico, ma anche economico. Inquina il mercato, mina la fiducia dei consumatori e rallenta l’innovazione sostenibile. In un sistema capitalistico basato sulla fiducia e sulla trasparenza delle informazioni, la diffusione di pratiche ingannevoli rappresenta un fattore di inefficienza.
L’iniziativa lanciata a Catania introduce anche uno strumento concreto: la possibilità per i cittadini di segnalare casi sospetti di pubblicità ambientale ingannevole. Questo approccio partecipativo richiama un principio chiave delle economie moderne: la regolazione diffusa, in cui anche i consumatori diventano attori attivi nel controllo del mercato.
Le dichiarazioni dei promotori convergono su un punto fondamentale: la transizione ecologica non può essere lasciata alle sole logiche di mercato, soprattutto quando queste premiano l’apparenza più della sostanza. Serve un capitalismo più maturo, in cui la sostenibilità sia misurabile, certificata e verificabile.
In questa prospettiva, il contrasto al greenwashing diventa una battaglia per la qualità del capitalismo stesso. Non si tratta di opporsi al mercato, ma di renderlo più equo ed efficiente, eliminando le asimmetrie informative e premiando chi investe realmente in innovazione sostenibile.
L’iniziativa di Catania si inserisce in un dibattito globale: può il capitalismo essere davvero sostenibile o continuerà a trasformare anche l’ambiente in un’opportunità di profitto priva di responsabilità? La risposta, suggeriscono Tanasi e Pecoraro Scanio, passa da un principio semplice ma spesso disatteso: senza verità e trasparenza, non esiste sostenibilità, ma solo una sua imitazione commerciale.


