Google è diventato molto più di un semplice motore di ricerca: oggi rappresenta uno strumento fondamentale nella vita quotidiana di miliardi di persone in tutto il mondo. Grazie ai suoi servizi – dalla ricerca alle mappe, dalle email ai traduttori, fino agli strumenti di lavoro e cloud – Google semplifica la comunicazione, l’accesso alle informazioni e la produttività personale e professionale.
La battaglia legale
La battaglia legale negli Stati Uniti contro Google accusata di abuso di posizione dominante nel mercato delle ricerche online è iniziata ufficialmente il 12 settembre 2023, quando il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha avviato un’azione legale contro Google. Questa causa è considerata uno dei più significativi processi antitrust nel settore tecnologico e coinvolge anche altre aziende del settore. L’accusa principale è che Google abbia stipulato accordi esclusivi con produttori di smartphone e sviluppatori di browser, rendendo il suo motore di ricerca predefinito per gli utenti e quindi escludendo i concorrenti dal mercato.
In precedenza, il Dipartimento di Giustizia aveva presentato denunce formali già a partire dal 2020 per pratiche monopolistiche nel campo delle ricerche online, ma il procedimento principale descritto come l’“antitrust trial del secolo” è iniziato nel 2023.
Cos’è successo negli ultimi giorni
Il Dipartimento di Giustizia Usa aveva richiesto che Google vendesse il browser Chrome, che detiene circa il 67% del mercato, come misura per spezzare il monopolio nelle ricerche sul web.
La vendita di Chrome avrebbe interrotto il controllo di Google su un importante accesso alla ricerca, aprendo il mercato ai concorrenti. Allo stesso tempo, erano state proposte anche altre misure, come la cessione di Android o limitazioni alle app predefinite di Google su smartphone.
Negli ultimi giorni, un giudice distrettuale ha respinto la richiesta di vendita di Chrome e Android, permettendo a Google di mantenere entrambi. In compenso, Google dovrà condividere con i concorrenti alcuni dati chiave delle ricerche, come parti dell’indice di ricerca e informazioni sulle interazioni degli utenti, per cercare di ristabilire un mercato competitivo. Questa decisione è stata vista come una mossa più moderata rispetto alla richiesta iniziale del Dipartimento di Giustizia, che avrebbe rappresentato una delle più grandi misure antitrust moderne.
Quindi, Google non deve vendere Chrome, ma dovrà sottostare a nuove restrizioni soprattutto nella condivisione dei dati di ricerca per facilitare la concorrenza nel mercato.
Le motivazioni della decisione del giudice
Il giudice federale Amit Mehta ha rifiutato la richiesta di vendita forzata del browser Chrome da parte di Google perché ha ritenuto che tale misura fosse sproporzionata, innaturale e rischiosa per l’intero ecosistema tecnologico. Secondo Mehta, la vendita di Chrome non era né necessaria né commisurata alle violazioni antitrust contestate. Ha sottolineato che i ricorrenti avevano esagerato nel chiedere la cessione di un asset chiave che Google non ha utilizzato per attuare restrizioni illegali.
Mehta ha evidenziato che Chrome non è un’attività indipendente ma è profondamente integrato nelle infrastrutture di Google, quindi la sua separazione avrebbe potuto provocare effetti collaterali difficilmente prevedibili e potenzialmente dannosi per il mercato e la concorrenza. Al contrario, il giudice ha preferito imporre misure meno invasive, come il divieto di contratti di esclusiva tra Google e partner di distribuzione e l’obbligo di condividere dati dell’indice di ricerca e delle interazioni degli utenti con i concorrenti, mantenendo però intatto il controllo su Chrome.
In sintesi, la decisione di Mehta è stata motivata dal fatto che la cessione di Chrome sarebbe stata una soluzione eccessivamente drastica e che il vero problema antitrust poteva essere affrontato con rimedi meno radicali, cercando di preservare l’integrità tecnologica di Google senza stravolgere il mercato.


