Dal 1° settembre 2026 la Francia è ufficialmente il primo Paese europeo ad applicare una tassa specifica sull’ultra-fast fashion, il modello di business basato sulla produzione e vendita di enormi quantità di capi d’abbigliamento a bassissimo costo. La misura, dopo due anni di battaglie parlamentari, cinque revisioni del testo e persino lo scioglimento dell’Assemblea Nazionale, è entrata in vigore colpendo direttamente i colossi cinesi dell’e-commerce Shein e Temu, mentre le principali catene europee come Zara e H&M dovrebbero restarne fuori, almeno nella fase iniziale.
Cos’è la nuova tassa francese
Si tratta di un vero e proprio “malus” ambientale, un contributo economico che si applica a ogni singolo capo immesso sul mercato francese dagli operatori classificati come “ultra-fast fashion”. La legge introduce per la prima volta in Europa una definizione giuridica precisa di questo fenomeno, individuato sulla base di due criteri principali: il numero estremamente elevato di nuovi prodotti immessi continuamente sul mercato e il costo di riparazione dei capi rispetto al loro prezzo d’acquisto, spesso talmente sproporzionato da rendere più conveniente comprare un capo nuovo piuttosto che ripararlo.
Il contributo verrà riscosso attraverso il sistema francese di responsabilità estesa del produttore e servirà a finanziare le attività di raccolta, selezione, riuso e riciclo dei tessili, in un Paese che genera ogni anno enormi quantità di rifiuti tessili smaltiti in discarica o inceneriti.
Perché è nata questa misura
La spinta all’introduzione della norma arriva da un allarme condiviso da autorità pubbliche, associazioni ambientaliste e imprese del settore moda: la crescita esplosiva delle piattaforme cinesi ha assunto proporzioni difficili da ignorare. Secondo i dati diffusi dal ministero della Transizione ecologica francese, la differenza di scala tra Shein e i marchi tradizionali è impressionante: mentre un marchio francese come Ba&sh mette sul mercato circa 300 prodotti diversi all’anno e Zara ne propone circa 20mila, Shein ne immette oltre 1,7 milioni ogni anno.
Le autorità francesi accusano da tempo queste piattaforme non solo di un impatto ambientale devastante, ma anche di concorrenza sleale nei confronti delle imprese europee e di pratiche di lavoro problematiche nelle catene di fornitura cinesi. Il ministro della Transizione ecologica, Mathieu Lefèvre, ha dichiarato che gli effetti dannosi dell’ultra-fast fashion sull’ambiente e sull’economia sono ormai ben documentati, motivando così l’urgenza di un intervento normativo.
A quanto ammonta il contributo e le penalità previste
Per il 2026, il contributo ambientale può arrivare fino a 12 euro per capo, senza mai superare il 50% del prezzo di vendita al netto delle imposte. La cifra varia in base a una scala progressiva: si parte da circa 50 centesimi per capi come la biancheria intima, per salire a 2 euro per le magliette, 9 euro per i jeans e appunto 12 euro per una giacca. Il meccanismo, tuttavia, è pensato per diventare progressivamente più severo: entro il 2030 la tassa potrebbe arrivare fino a quasi 20 euro per capo.
Non tutti gli operatori del settore moda rientrano in questo regime. Zara e H&M dovrebbero restarne esclusi almeno nella fase iniziale, grazie a un assortimento di prodotti nettamente più contenuto rispetto a quello dei giganti cinesi; una scelta che ha sollevato critiche da parte di chi sostiene che la norma, così configurata, finisca per proteggere i marchi europei più che colpire il fenomeno nel suo complesso.
Il giro di vite sulle regole pubblicitarie
Oltre al contributo economico, la legge introduce un ulteriore irrigidimento sul fronte della comunicazione commerciale. I marchi classificati come ultra-fast fashion non potranno più fare pubblicità, nemmeno attraverso il canale degli influencer, una misura che di fatto mette la parola fine ai cosiddetti “haul“, i video virali in cui gli utenti mostrano l’apertura dei pacchi e la prova in sequenza di grandi quantità di capi acquistati a prezzi stracciati. Le aziende avranno inoltre l’obbligo di informare i consumatori sull’impatto ambientale dei propri prodotti.
La reazione dei colossi colpiti
Shein e Temu non hanno risposto direttamente alle richieste di commento sull’entrata in vigore della misura. In precedenza, però, Quentin Ruffat, responsabile delle relazioni esterne e portavoce di Shein in Francia, aveva dichiarato che le nuove tasse avrebbero finito per danneggiare i consumatori, traducendosi in un aumento dei prezzi al dettaglio.
La reazione più dura, tuttavia, è arrivata dal governo cinese, che già a luglio aveva minacciato possibili ritorsioni commerciali, definendo la normativa francese “discriminatoria” e in violazione dei principi del commercio internazionale.
Sul piano europeo, la Commissione aveva inizialmente sollevato dubbi sulla compatibilità della legge con il diritto comunitario, dubbi che secondo l’ufficio del ministro Lefèvre sarebbero stati però “dissipati”, tanto che la misura non dovrebbe incontrare ostacoli a Bruxelles. Va inoltre segnalato che le importazioni di piccoli pacchi dalla Cina verso l’Unione europea sono già diminuite del 30-40% da quando, il 1° luglio, è entrata in vigore una separata tassa europea di 3 euro su questo tipo di spedizioni.
E in Italia? Verso una tassa simile
Anche l’Italia sta valutando misure sulla falsariga di quella francese, sebbene il percorso normativo sia ancora in una fase più embrionale. Il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, ha lavorato a un pacchetto di misure nazionali per contrastare le pratiche dell’ultra-fast fashion, nell’ambito della tutela del settore moda italiano, colpito dalla concorrenza delle piattaforme cinesi. Tra le ipotesi discusse in vista della legge di bilancio figura un contributo del 5-10% sulle spedizioni extra-UE di valore inferiore a 150 euro, insieme a uno stop alla pubblicità ingannevole delle piattaforme di ultra-fast fashion su social network e app.
Sul fronte parlamentare, la Lega ha già presentato al Senato un disegno di legge a prima firma del senatore Gianluca Cantalamessa, che introduce un sistema di “Eco-Score” per classificare l’impatto ambientale dei prodotti tessili, prevedendo una tassazione ecologica progressiva, restrizioni pubblicitarie e obblighi di trasparenza per influencer e piattaforme online, un impianto che ricalca da vicino la logica della legge francese. Confindustria Moda ha inoltre lanciato un appello al governo, denunciando che il modello ultra-fast fashion mette in crisi il sistema moda italiano con centinaia di migliaia di capi di bassa qualità venduti ogni giorno a prezzi stracciati. Al momento, però, l’Italia non ha ancora approvato una normativa organica e definitiva paragonabile a quella entrata in vigore a Parigi.


