In un contesto globale segnato da sfide economiche complesse, la finanza pubblica torna ad occupare un posto centrale nel dibattito politico e istituzionale. Per fare il punto su questo scenario in evoluzione, Capitalist.it ha intervistato Francesco Porcelli, Professore di Economia presso l’Università La Sapienza di Roma, esperto di finanza pubblica e fiscalità locale.
Con un percorso accademico e professionale che lo ha visto attivo in Italia e nel Regno Unito, tra università e istituzioni pubbliche, il professore offre uno sguardo lucido sulle trasformazioni in atto. Dalla sostenibilità del debito all’intervento statale nei momenti di crisi, fino al ruolo dell’intelligenza artificiale e alla transizione ecologica, il dialogo con Porcelli si muove tra rigore analitico e visione prospettica.
Professore cosa l’ha spinta ad avvicinarsi al mondo dell’economia, in particolare alla finanza pubblica?
Tutto ha avuto origine dall’incontro, durante il percorso universitario, con la figura del “Maestro” che nel mio caso è stato il Professore Emerito Ernesto Longobardi, con il quale mi sono laureato all’Università di Bari nel 2003, con una tesi che ha affrontato temi di Scienza delle Finanze, in particolare la tassazione delle imprese, un tema che ha anche un legame di carattere familiare, dal momento che mio padre è un Commercialista, ho cercato di fondere i due aspetti.
Dopo la tesi, ho collaborato con il Prof. Longobardi, in qualità di assistente di ricerca ed ho partecipato alla redazione del Volume Economia Tributaria e da qui è iniziata la mia prima attività accademica, attività che è durata dal 2003 al 2005, che mi ha visto impegnato sia nella fase redazionale che nella fase di ricerca dei vari argomenti che poi sono stati trattati nel volume.
Nel 2006 mi sono trasferito in Inghilterra e lì ho iniziato il mio percorso svolgendo un master con l’idea di rimanere solo per un anno, per poi ritornare a Bari e continuare all’Università di Bari il Dottorato. Dopo poco tempo, ho cambiato idea ed ho deciso di rimanere in Inghilterra, e ci sono rimasto per ben 8 anni, svolgendo lì il dottorato presso l’Università di Warwick, che si è concluso nel 2012. All’università di Exeter, nel 2013 ho avuto la mia prima posizione accademica di lecturer in economics. Dall’incontro con il Professore Longobardi e con l’esperienza in Inghilterra si è consolidata la mia passione e la mia attività di Economista.
La mia carriera accademica ha avuto un arresto nel 2015 quando sono rientrato in Italia perché, ho iniziato a svolgere un’attività come economista all’interno della SOSE SpA, una società in-house del Ministero dell’Economia e delle Finanze dove mi sono occupato di elaborare i modelli per il calcolo dei costi e dei fabbisogni standard dei comuni. Dopo 5 anni, ho lasciato la posizione che occupavo al Ministero dell’Economia ed ho assunto l’incarico di professore associato All’università di Bari, per poi acquisire nel 2025 il ruolo di Professore Associato alla Facoltà di Economia presso La Sapienza di Roma, dove ho deciso di stabilirmi. Ho sempre, e tengo a sottolinearlo, mantenuto sia un rapporto di amicizia che professionale importante con il Professore Longobardi, per me è di fatto la figura di riferimento che mi ha aperto la strada per questo percorso.
C’è stato un momento decisivo della sua carriera accademico-professionale?
Credo, sia stato proprio l’incontro con il Professore Longobardi che mi ha avvicinato allo studio dell’economia e forse quello decisivo è stato in Inghilterra con un altro Professore che è stato parimenti influente, Benjamin Lockwood, uno dei massimi esperti di finanza pubblica a livello europeo e forse anche mondiale, con il quale ho intrapreso un percorso di attività di ricerca in materia di Finanza Pubblica, precisamente finanza pubblica locale, che è diventato il mio settore di ricerca.
Come giudica l’attuale situazione della finanza pubblica italiana?
Possiamo dire, dopo la fase pandemica, che vi è una situazione stabile, con un ritorno verso condizioni di equilibrio in termini di saldi di bilancio. Se guardiamo i dati che, sono stati recentemente pubblicati nel Documento di Finanza Pubblica, si osserva che nel 2024 il saldo primario torna ad essere positivo, ciò significa che la differenza tra le entrate e le spese pubbliche è positiva al netto degli interessi e questo è importante perché inizia a portare in equilibrio i nostri conti pubblici dopo il periodo Covid in cui abbiamo dovuto aumentare la spesa in deficit per far fronte agli effetti economici della pandemia. Di conseguenza la Finanza Pubblica sta ritornando in equilibrio, questo anche grazie anche alle nuove regole fiscali europee introdotte nel 2024 con l’adozione del Piano Strutturale di Bilancio di Medio Termine. Questo nuovo framework ha sostituito il vecchio Patto di Stabilità, prevedendo il rispetto di uno specifico trend di crescita nominale della spesa primaria netta, la spesa di tutte le amministrazioni pubbliche al netto degli interessi e delle cosiddette misure discrezionali sulle entrate. Per esempio, per il 2025 la crescita dovrà essere dell’1,3%, per il 2026 dell’1,6%, per il 2027 dell’1,9%, per il 2028 dell’1,7% e per il 2029 dell’1,5%. Accanto al vincolo sulla crescita della spesa, inoltre, ci siamo impegnati a introdurre varie misure e riforme per rispettare questo trend di crescita e mettere sotto controllo la dinamica del debito pubblico.
Il debito è ritornato su valori prossimi a quelli che vedevamo in termini di rapporto con il PIL pre pandemia. Abbiamo toccato un valore pari al 145% nel 2021, subito dopo la fase Covid più acuta e adesso siamo ritornati a un valore del rapporto debito PIL prossimo al 135%. Ovviamente, ci siamo impegnati a mantenere il debito su un sentiero di riduzione rispetto al PIL e questa è una delle principali sfide che abbiamo per i prossimi anni, assieme a quella di garantire la sostenibilità del comparto pensionistico e socio-sanitario a fronte di una popolazione in rapido invecchiamento.
Sono sostenibili questi debiti pubblici crescenti nei paesi occidentali?
La sostenibilità del debito è un argomento sempre molto difficile da affrontare in termini numerici. Ad esempio, nel 2011 Il debito pubblico italiano non veniva considerato sostenibile nonostante avesse in rapporto al PIL valori simili a quelli attuali, mentre oggi è invece ritenuto sostenibile perché è il contesto istituzionale e finanziario di riferimento è cambiato. Oggi viviamo in uno scenario economico con un indebitamento più alto mediamente per la maggior parte dei Paesi europei. Se guardiamo all’Unione Europea e quindi anche l’Italia, nonostante il debito strutturalmente più elevato, possiamo contare su una Banca Centrale Europea, oggi più attiva e pronta a sostenere l’economia dei singoli paesi, contribuendo a mantenere la sostenibilità dei vari debiti sovrani.
Una politica simile si sta intravedendo anche rispetto al tema della costruzione di una Difesa Comunitaria, sia pur con diverse posizioni politiche nei vari Paesi. La creazione di una difesa comune potrebbe essere positiva se la vediamo in un’ottica di accelerazione verso la creazione dell’unità politica, l’elemento che manca al completamento dell’Unione. Mettere insieme l’unione monetaria e politica renderebbe più sostenibili le finanze pubbliche di tutti gli stati membri. Si veda l’esperienza del Next Generation EU messa in campo per contrastare gli effetti economici della pandemia.
Secondo lei, che ruolo dovrebbe avere lo Stato nell’economia, soprattutto nei tempi di crisi?
In generale quello che deve essere il ruolo dello Stato nell’economia è un tema dibattuto, sul quale gli economisti non sono tutti concordi. Ci sono diverse visioni, ci sono visioni che pongono lo Stato più al centro e visioni che invece lo pongono più in una posizione defilata rispetto al settore privato.
Tutti sono concordi nell’asserire che ormai operiamo in un’economia duale in cui, sia l’intervento pubblico che l’intervento privato devono integrarsi tra loro. Il dato di fatto è che noi abbiamo vissuto nel periodo post crisi finanziaria del 2008, un momento di “austerity” in cui lo Stato ha cercato di ridurre la spesa pubblica per mettere sotto controllo la sostenibilità del dedito e questa riduzione di spesa pubblica si è rilevata in alcuni casi inefficace rispetto all’obiettivo che voleva raggiungere e, in più, ha creato le premesse per l’ascesa di movimenti politici di stampo populista che poi abbiamo visto prendere piede soprattutto negli anni dal 2010 al 2020. In ambito europeo, ha generato una maggiore diffidenza verso le istituzioni che si sono dimostrate restrittive rispetto alla possibilità dei vari governi di fare spesa pubblica in momenti di crisi. Totalmente diversa è stata, invece, la strategia adottata nel post-Covid essendo stata caratterizzata da una politica fiscale nettamente espansiva, in cui tutti i Governi e l’Unione Europea sono diventati il pilastro di sostegno dell’economia a seguito della crisi pandemia, recuperando così anche fiducia da parte dei cittadini.
In questo caso tutti gli Stati a livello globale e in particolare in modo, i Paesi dell’Unione Europea sono intervenuti a sostegno dell’economia. Questo intervento si è dimostrato efficace perché ha evitato che la crisi pandemica si tramutasse anche in una crisi di carattere sociale sostenendo il reddito delle famiglie in un momento di crisi, però ha portato ad un periodo di alta inflazione soprattutto tra il 2021 e il 2023. Quindi è difficile dire quale sia stata la strategia migliore, perché a seguito di questa politica espansiva nel post covid abbiamo avuto il ritorno dell’inflazione, questo è successo perché si sono unite due politiche economiche espansive, quella fiscale e quella monetaria che ci portavamo dietro dal post crisi finanziaria. Questo intervento massivo dello Stato nell’economia con alta spesa pubblica, tra il 2020 e il 2022, ha portato oltre al ritorno dell’inflazione, anche un deterioramento dei saldi di finanza pubblica che adesso stiamo riportando sotto controllo anche grazie alla nuova governance europea, che è stata un altro degli elementi di rinnovamento che l’Unione Europea ha avuto a seguito del covid. Il vecchio patto di stabilità doveva essere aggiornato e il covid ha accelerato questo processo di rinnovamento.
Quali sono le principali sfide della finanza pubblica a livello internazionale nei prossimi anni?
Per quello che vedo io, una sfida importante è riuscire a trovare dei meccanismi che riescano, attraverso l’intervento pubblico, a mettere sotto controllo la crisi climatica, questo lo vedo come sfida principale di lungo periodo. In secondo luogo, stiamo vivendo una nuova fase di riarmo a livello globale, questa è un’altra sfida a livello comunitario, in quanto dobbiamo riuscire ad affrontare questa fase nel modo più coordinato possibile, evitando che tra gli stati membri si vada in ordine sparso, per convogliare le risorse che si vogliono utilizzare per incrementare la spesa pubblica per la difesa in modo coordinato. Personalmente al primo posto metterei la crisi climatica e la necessità di trovare delle soluzioni coordinate che passano necessariamente dall’intervento pubblico per mettere sotto controllo l’aumento delle temperature a livello globale.
L’intelligenza artificiale e la digitalizzazione cambieranno anche il modo di intendere la spesa pubblica?
Al momento non lo so, è ancora presto per dare una risposta. Sicuramente l’intelligenza artificiale è quella che, potremmo definire come la nuova rivoluzione che si sta affacciando in termini economici e sociali su tutti i fronti.
Gli impatti, per semplificare, sull’economia privata saranno sicuramente molto ampi, perché scompariranno dei lavori e ne compariranno altri, bisognerà essere bravi a gestire la transizione. Per gestire la transizione sarà necessario il sostegno dell’intervento pubblico.
Qual è il consiglio più importante che darebbe a un giovane economista che si affaccia in questo momento allo studio della finanza pubblica?
Il primo consiglio è quello di avere una visione globale e soprattutto comunitaria; quindi, parlare di Finanza Pubblica guardando non soltanto l’Italia, ma di avere una visione ampia e soprattutto immaginare la finanza pubblica come un settore in cui il livello di governo di partenza è quello dell’Unione Europea. Il secondo consiglio è quello di imparare a leggere i fenomeni economici con i dati. L’utilizzo dei dati e l’osservazione dei fenomeni da punto di vista empirico sta assumendo un ruolo sempre più centrale nell’analisi economica; se guardiamo indietro di un secolo, l’economia era fortemente legata alla filosofia prima di evolvere verso approcci basati su metodi scientifici, oggi è sempre più ancorata all’analisi dei dati; quindi, imparare a leggere e a interpretare i dati è fondamentale.
C’è un economista che ha influenzato il suo pensiero in maniera particolare?
Si, ritorno sulla figura del Professore Ernesto Longobardi e cito una frase che di recente ha introdotto nei suoi interventi ed è il cosiddetto: “Populismo Fiscale”: purtroppo noi viviamo in un momento in cui parlare di tasse diventa un tabù, e questo, impedisce di fare un programma politico sensato, perché non ci possono essere servizi pubblici senza un discorso serio dal lato delle entrate pubbliche. Lo stiamo vivendo oggi sul fronte sanitario, ad esempio, per ragioni elettorali si parla poco di come finanziare adeguatamente la sanità nonostante siano tutti concordi con la necessità di un sistema sanitario nazionale di qualità oltre che universale.Attraverso un’imposta sul reddito, che includa realmente tutte le fonti reddituali, secondo il modello originario a cui si ispirava l’IRPEF, si sarebbe potuta garantire una maggiore equità. Al contrario oggi si sta andando, anche per ragioni elettorali, verso una frammentazione dell’IRPEF con l’introduzione di forme di tassazione settoriale, e questo rende difficile sostenere il settore sanitario di cui lamentiamo spesso le inefficienze, ma questa è una conseguenza del populismo fiscale che purtroppo sta diventando pervasivo a livello politico.


