Il fondo che ha votato contro Musk ora è azionista di SpaceX

Norges non ha scelto quella partecipazione: replica l'indice. Utile semestrale da 185 miliardi di dollari trainato dai chip. I numeri e il paradosso.

Nel 2024 aveva votato contro il compenso da 56 miliardi di dollari destinato a Elon Musk in Tesla. Alla fine del 2025 aveva respinto anche il pacchetto successivo, da migliaia di miliardi.

Oggi il fondo sovrano norvegese è azionista di SpaceX.

Non perché abbia cambiato idea. Ma perché, semplicemente, quella scelta non l’ha fatta.

La partecipazione mai comunicata prima

Norges Bank Investment Management ha reso noto di detenere lo 0,05% di SpaceX, per un valore superiore a 1,2 miliardi di dollari. Una posizione mai resa pubblica in precedenza.

Interrogato su come fosse cambiata la ponderazione della società, il vice amministratore delegato Trond Grande ha risposto senza entrare nel merito delle singole posizioni.

“Siamo stati sostanzialmente allineati all’indice nel primo semestre, e la situazione è rimasta la stessa anche durante l’estate”, ha dichiarato.

È una risposta che dice più di quanto sembri: il fondo detiene ciò che l’indice assegna.

Il paradosso in cifre

Il confronto tra i pesi rende l’idea.

La partecipazione in SpaceX rappresenta lo 0,05% circa di un patrimonio complessivo di 2.300 miliardi di dollari. La sola posizione in Nvidia, pari all’1,3% della società americana e a 61,8 miliardi di dollari, ne vale oltre cinquanta volte tanto.

Non siamo di fronte a una scommessa. Siamo di fronte a un automatismo.

Il messaggio di Musk

Il voto contrario del 2024 non era stato accolto bene.

Un messaggio inviato dall’imprenditore è stato successivamente reso pubblico in applicazione della legge norvegese sulla libertà d’informazione.

“Quando ti chiedo un favore, cosa che faccio molto raramente, e tu rifiuti, allora non dovresti chiedere tu un favore a me fino a quando non avrai fatto qualcosa di più che niente per rimediare. Gli amici si giudicano dai fatti”, si legge nel testo riportato da Reuters.

Le motivazioni del fondo erano state di natura tecnica: rischi di diluizione e dipendenza da una sola persona chiave.

Nonostante quel contrasto, oggi Norges detiene circa l’1% di Tesla, per un controvalore di 15,7 miliardi di dollari, oltre alla nuova posizione in SpaceX.

Il semestre dei record

La comunicazione è arrivata insieme ai risultati del primo semestre, e sono risultati notevoli.

L’utile ammonta a 1.750 miliardi di corone norvegesi, pari a circa 184,9 miliardi di dollari. Il rendimento complessivo si attesta al 9,4%.

A fine giugno il fondo valeva 22.683 miliardi di corone, circa 2.300 miliardi di dollari.

Una parola sola, ripetuta quattro volte

A trainare il risultato è stato l’azionario, che pesa per il 72,1% del portafoglio e ha reso il 13% nel semestre. Il reddito fisso si è fermato allo 0,9%.

Il percorso, però, è stato tutt’altro che lineare. Nel primo trimestre le azioni hanno perso il 2,6%, per poi rimbalzare del 15,98% nel secondo.

L’amministratore delegato Nicolai Tangen ha sintetizzato la ragione di quel rimbalzo con una sola parola, ripetuta quattro volte: “chip, chip, chip, chip”.

Tra i migliori risultati figurano Samsung, la quotazione statunitense di SK Hynix, Tsmc, Asml, Intel e Nvidia.

L’avvertimento che stride

C’è infine una contraddizione che merita attenzione.

Sulla volatilità di SpaceX, il cui titolo ha oscillato dai 225 dollari del picco ai meno di 107 di fine luglio prima di recuperare il prezzo di collocamento, Tangen ha minimizzato, ricordando che il fondo detiene settemila aziende che si muovono ogni giorno in entrambe le direzioni.

Il giorno precedente, però, lo stesso amministratore delegato aveva dichiarato che il fondo potrebbe perdere l’intero proprio valore, definendo una simile eventualità “abbastanza probabile” nelle condizioni attuali.

Cosa insegna questo caso

Il punto va oltre Musk e oltre SpaceX.

Un investitore di queste dimensioni che replica un indice non seleziona i propri rischi: li assorbe, insieme a tutto ciò che l’indice incorpora.

Può votare contro un compenso, può motivare pubblicamente il proprio dissenso, può esercitare pressione nelle assemblee. Ma non può decidere di non essere azionista.

È il limite strutturale della gestione passiva applicata su scala sistemica, e riguarda chiunque investa in strumenti indicizzati.

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