In Italia, il sistema fiscale si manifesta in modo quasi impercettibile per la maggior parte dei contribuenti, in particolare per i lavoratori dipendenti.
Secondo un recente studio dell’Ufficio studi della CGIA, in oltre 9 casi su 10, le tasse e i contributi previdenziali vengono prelevati direttamente dalla busta paga o inclusi nei prezzi di beni e servizi acquistati quotidianamente.
Questo meccanismo, definito “prelievo alla fonte”, riguarda principalmente l’Irpef (Imposta sul Reddito delle Persone Fisiche), i contributi previdenziali e le imposte indirette come l’Iva e le accise. Solo in meno del 10% dei casi i contribuenti effettuano pagamenti consapevoli, come bonifici o versamenti presso sportelli bancari o postali. Questo sistema, se da un lato semplifica la riscossione per lo Stato, dall’altro rende il peso fiscale meno percepibile, influenzando la consapevolezza dei cittadini rispetto al proprio contributo al bilancio pubblico.
I numeri della pressione fiscale sulle famiglie tipo
L’analisi della CGIA si concentra su una famiglia tipo italiana, composta da due lavoratori dipendenti con un figlio a carico. Nel 2024, questa famiglia ha subito un prelievo fiscale complessivo di 20.231 euro. Di questi, 12.504 euro (pari al 61,8% del totale) derivano da tasse e contributi prelevati direttamente dalla busta paga, come ritenute Irpef, contributi previdenziali e addizionali regionali e comunali. Altri 7.087 euro (35% del totale) sono rappresentati da imposte “nascoste”, come l’Iva sugli acquisti, le accise sui carburanti, il contributo al Sistema Sanitario Nazionale tramite l’Rc auto, l’imposta sull’Rc auto e il canone Rai. In totale, il 96,8% del carico fiscale (pari a 19.591 euro) viene sottratto automaticamente, lasciando alla famiglia solo 640 euro di pagamenti consapevoli, come il bollo auto e la Tari (tassa sui rifiuti), che rappresentano appena il 3,2% del totale.
Dipendenti vs autonomi: percezioni diverse del fisco
La CGIA sottolinea una netta differenza psicologica tra lavoratori dipendenti e lavoratori autonomi nel rapporto con il fisco. Per i dipendenti, il prelievo alla fonte avviene in modo automatico, riducendo la percezione del peso economico delle tasse. Al contrario, i lavoratori autonomi, che spesso devono effettuare versamenti consapevoli tramite bonifici o pagamenti diretti, avvertono maggiormente il carico fiscale. “Nel momento in cui il contribuente deve fare un bonifico o recarsi in banca per pagare l’Irpef o i contributi previdenziali, psicologicamente percepisce maggiormente il peso economico di questi versamenti rispetto a chi subisce il prelievo direttamente dalla busta paga”, spiega la CGIA. Questo meccanismo contribuisce a generare una maggiore “insofferenza” verso il fisco tra gli autonomi, che devono confrontarsi direttamente con l’entità dei pagamenti.
Evasione fiscale: un problema strutturale
L’evasione fiscale rimane una questione rilevante in Italia, spesso attribuita in misura maggiore ai lavoratori autonomi. Tuttavia, la CGIA chiarisce che questa percezione è solo parzialmente corretta. L’Irpef, pur essendo la principale fonte di entrate per lo Stato, rappresenta circa il 30% del gettito fiscale totale. Ciò significa che il restante 70% delle entrate deriva da altre imposte, come Iva, accise e imposte societarie, dove l’evasione può coinvolgere una platea più ampia di contribuenti. “Certo, qualcuno potrebbe obbiettare che proprio per questo tra gli autonomi la propensione ad evadere il fisco è maggiore che tra i dipendenti. Questo è vero, ma solo in piccola parte”, precisa la CGIA, sottolineando come l’evasione sia un fenomeno trasversale che non può essere attribuito esclusivamente a una categoria.
Contribuenti Irpef: una fotografia nazionale
In Italia, i contribuenti Irpef sono circa 42,5 milioni, di cui 23,8 milioni sono lavoratori dipendenti, 14,5 milioni pensionati, 1,6 milioni lavoratori autonomi e altri 1,6 milioni percettori di redditi diversi (come affitti o rendite finanziarie). A livello territoriale, Roma si distingue come la città con il maggior numero di contribuenti Irpef (2,9 milioni, di cui 105.000 autonomi), seguita da Milano (2,5 milioni, di cui 96.260 autonomi) e Torino (1,6 milioni, di cui 62.000 autonomi). Questi dati riflettono la concentrazione economica e demografica delle grandi aree urbane, ma evidenziano anche la complessità della struttura contributiva italiana, dove i lavoratori dipendenti rappresentano la base principale del gettito fiscale.
Pressione fiscale in Europa: dove si posiziona l’Italia
Nel 2024, l’Italia si è collocata al sesto posto tra i Paesi dell’Unione Europea per pressione fiscale, con un tasso del 42,6% del Pil. In testa alla classifica troviamo la Danimarca (45,4%), seguita da Francia (45,2%), Belgio (45,1%), Austria (44,8%) e Lussemburgo (43%). Rispetto ai principali competitor commerciali, l’Italia presenta un carico fiscale superiore alla Germania (40,8%, 1,8 punti in meno) e significativamente più alto rispetto alla Spagna (37,2%, 5,4 punti in meno). La media europea si attesta al 40,4%, 2,2 punti sotto il dato italiano. Questi numeri confermano che l’Italia si trova tra i Paesi con la pressione fiscale più elevata in Europa, superata solo da nazioni con sistemi di welfare particolarmente avanzati.


