La sensazione è che questa epidemia di Ebola sia già enorme e che i numeri ufficiali rappresentino soltanto la punta dell’iceberg. Servono risorse immediate e uno sforzo internazionale coordinato per contenere la diffusione del virus. Intensificare i test, creare unità di trattamento e migliorare il tracciamento dei contatti è fondamentale: ogni ritardo rischia di mettere in pericolo la salute di tutti.
Siamo di fronte a un’epidemia anomala. Non si tratta del classico ceppo di Ebola che abbiamo imparato a conoscere negli anni passati, ma del ceppo Bundibugyo, un virus che storicamente non si era manifestato con questa frequenza e con una diffusione così ampia.
Oggi i dati parlano di 513 casi registrati nella Repubblica Democratica del Congo, con 131 morti, ai quali si aggiungono due casi in Uganda, uno dei quali mortale. Il vero elemento di preoccupazione, però, è l’estensione geografica dell’epidemia. Stiamo osservando una diffusione molto più ampia rispetto a quanto accaduto nelle precedenti crisi legate a Ebola.
La mia impressione è che l’allarme internazionale sia stato lanciato troppo tardi, quando ormai il focolaio aveva già raggiunto più territori e più Paesi. Inoltre ci troviamo in aree dove è estremamente difficile applicare le misure necessarie per contenere il virus, a partire dal tracciamento dei contatti. Alcune zone del Congo sono interessate da continui combattimenti e instabilità armata, condizioni che rendono quasi impossibile il controllo sanitario del territorio.
L’epidemia, purtroppo, si è estesa anche ai centri urbani. Sono stati registrati casi sia a Kinshasa, capitale del Congo, sia nella capitale dell’Uganda. Questo cambia radicalmente lo scenario, perché la presenza del virus nelle grandi città aumenta enormemente il rischio di propagazione.
Anche gli Stati Uniti hanno reagito alzando il livello di attenzione. Un medico missionario americano è risultato positivo al virus e Washington ha deciso di introdurre restrizioni importanti per i viaggiatori provenienti dai Paesi coinvolti dall’epidemia, portando l’allerta sanitaria al livello quattro.
Nel frattempo anche l’OMS ha innalzato il livello di emergenza internazionale. È importante chiarire che non stiamo parlando di una nuova pandemia globale, ma certamente di una situazione sanitaria estremamente seria che richiede un coordinamento immediato.
Che cosa può accadere adesso? Tutte le organizzazioni internazionali, a partire dall’OMS, devono fare il possibile per limitare la diffusione dell’epidemia. Se il virus dovesse raggiungere altri Stati africani, come Sudan del Sud, Ruanda o altri Paesi dell’area, il rischio sarebbe quello di trovarsi davanti a una situazione completamente fuori controllo, potenzialmente una delle peggiori epidemie di Ebola mai registrate.
C’è poi un altro elemento che rende questa emergenza particolarmente inquietante: per il ceppo Bundibugyo non esistono né vaccini né terapie specifiche. In passato era stato sviluppato un vaccino efficace contro il ceppo Zaire, ma in questo caso non abbiamo strumenti di protezione diretta.
La mortalità supera il 50% dei casi registrati. Questo significa che, con migliaia di contagi, il rischio concreto è quello di ritrovarsi con migliaia di morti.
In questo momento non credo esista un rischio immediato di diffusione extra-africana su larga scala. Tuttavia penso che la comunità internazionale debba collaborare molto di più e molto più rapidamente. È necessario agire ora, perché stiamo parlando di una malattia che continua ad avere una letalità devastante e che sta colpendo territori fragili, dove le strutture sanitarie sono spesso insufficienti per affrontare un’emergenza di questa portata.


