Dubai, la risposta alla crisi e una domanda scomoda: i nostri governi sarebbero capaci della stessa cosa?

Governo di Dubai
Dubai risponde alla crisi del Golfo con 1,5 miliardi di dirham e 33 misure operative: sospensione tasse su hotel, ristoranti, scuole e aviazione. Un modello di velocità decisionale che l'Europa non riesce a replicare.

C’è qualcosa di straordinario nel modo in cui Dubai gestisce le crisi. Non nel senso retorico del termine, non il solito elogio da brochure turistica. Straordinario nel senso letterale: fuori dall’ordinario. Diverso da come si comportano quasi tutti gli altri.

Mentre mezza regione conta i danni dei droni iraniani, mentre le prenotazioni alberghiere crollano e i ristoratori guardano i tavoli vuoti con l’ansia di chi ha i conti da pagare a fine mese, il governo di Dubai fa una cosa semplice quanto rara: ascolta, decide e agisce. In tempi che la politica occidentale, impantanata in commissioni, voti di fiducia e mediazioni sindacali, si sogna.

Il pacchetto da 1,5 miliardi di dirham approvato giovedì non è solo una cifra. È una dichiarazione di intenti.

Non beneficenza, strategia

Chiariamo subito una cosa: Dubai non sta facendo beneficenza al settore privato. Sta proteggendo il proprio modello di sviluppo. È una strategia ben precisa, non carità.

La sospensione della tassa notturna sugli hotel, l’eliminazione dell’imposta municipale del 7% su hotel e ristoranti, le esenzioni per scuole, asili, operatori turistici e aziende legate all’aviazione: tutto questo non è generosità. È la lucida consapevolezza che un ecosistema economico si tiene in piedi solo se i suoi attori sopravvivono alle tempeste.

È la differenza tra un governo che pensa in termini di gettito fiscale immediato e uno che pensa in termini di sistema. Tra chi tassa in un momento di crisi perché “le regole son regole” e chi sospende le tasse perché sa che un ristorante chiuso non pagherà mai più nulla.

Trentatré misure. Turismo, logistica, istruzione, cultura, real estate, costruzioni. Non un settore lasciato solo.

Il secondo colpo in due mesi

Va ricordato che questo non è il primo intervento: è il secondo colpo a sorpresa in due mesi. Ad aprile era già arrivato un fondo da 1 miliardo di dirham. Ora arriva il secondo capitolo, più articolato, più ambizioso.

In meno di sessanta giorni dall’escalation del conflitto, Dubai ha già messo sul tavolo 2,5 miliardi di dirham, circa 680 milioni di dollari, di misure concrete a sostegno dell’economia reale.

Provate a immaginare la stessa velocità di risposta in un Paese europeo. Il tempo necessario solo per formare un tavolo di crisi sarebbe probabilmente superiore. Ma da parte mia sarebbe disonesto raccontare questa storia solo in chiave trionfale.

Le riserve del mondo imprenditoriale

Il mondo imprenditoriale ha applaudito, ma non senza riserve.

Va detto con chiarezza quello che molti pensano sottovoce: i rinvii dei pagamenti non sono una soluzione, sono un posticipo del problema. Un debito sospeso è ancora un debito. E in un periodo di stagnazione, accumulare obbligazioni per il futuro rischia di trasformare la crisi attuale in un’agonia lenta.

Questo è un punto che merita attenzione. I pacchetti di sostegno, per essere davvero efficaci, devono contenere una quota significativa di esenzioni vere, non solo dilazioni, e devono essere accompagnati da una visione sul dopo: cosa succede quando le misure scadono? L’economia sarà abbastanza solida da reggere il ritorno alla normalità fiscale?

Sono domande legittime. Un governo serio, come quello emiratino dimostra di voler essere, non può ignorarle a lungo.

La struttura che fa la differenza

Il conflitto che ha investito il Golfo a partire dal 28 febbraio ha cambiato molte cose, rendendo evidenti le fragilità di un sistema regionale che vive di flussi, di persone, di merci, di capitali e che si inceppa non appena quei flussi si interrompono.

Ma ha anche rivelato qualcosa di meno ovvio: la differenza tra chi ha una struttura decisionale capace di reagire e chi no.

Dubai ha una struttura. Ha una visione. Ha, soprattutto, la volontà politica di mettere la sopravvivenza del tessuto economico davanti alla logica burocratica del “non si può fare in così poco tempo”.

Non è un caso che, nonostante la guerra, il Fondo Monetario Internazionale continui a prevedere crescita per le economie del Golfo. Rallentata, certo. Ma crescita.

Un modello che descrive la realtà

Il Principe ereditario di Dubai ha detto che la città ha costruito “un modello distintivo di adattamento al cambiamento, capace di trasformare le sfide in opportunità”. Nella bocca di molti leader, questa sarebbe retorica vuota. Qui, con 1,5 miliardi di dirham sul tavolo e 33 misure operative, è una descrizione abbastanza accurata della realtà. Perché questa città è un posto che trasforma qualunque crisi in nuovi avvincenti capitoli della sua personale biografia.

Dubai non è un modello esportabile ovunque. Ha risorse, ha una governance centralizzata, ha una storia diversa da quella delle democrazie liberali occidentali. Sarebbe semplicistico dire “fate come loro”. Ma c’è almeno una lezione universale in quello che sta accadendo: nei momenti di crisi, la velocità con cui uno Stato risponde ai bisogni reali di chi lavora e produce vale più di qualsiasi piano strategico decennale scritto nei periodi di vacche grasse.

Dubai lo sa. E lo dimostra.

La domanda, per chi legge da Roma, Milano, Parigi o Berlino, è scomoda ma necessaria: i nostri governi sarebbero capaci della stessa cosa?

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