Dubai è probabilmente una delle città più criticate dagli italiani ma anche, paradossalmente, una delle più desiderate.
Da anni rappresenta il bersaglio preferito di una certa narrativa tutta italiana: per alcuni è una metropoli artificiale costruita tra grattacieli, centri commerciali e lusso ostentato; per altri è il simbolo di un capitalismo senza scrupoli, rifugio di influencer, evasori fiscali e speculatori digitali.
Eppure, mentre queste critiche continuano a riempire editoriali, talk show e thread sui social network, facendosi sempre più aspre dopo i recenti attacchi missilistici e di droni suicidi ad opera dell’Iran, la città continua a fare esattamente ciò che fa da trent’anni: crescere.
Quando quasi vent’anni fa decisi di trasferirmi a Dubai, ero poco più di un giovane studente ma sapevo già che non si trattava di un luogo neutrale. Dubai divide, affascina e irrita allo stesso tempo ma, mentre molti la commentano da lontano, milioni di persone hanno scelto di viverci.
Negli ultimi trent’anni l’Emirato ha costruito uno dei sistemi economici più dinamici del pianeta: il porto di Jebel Ali è tra i principali hub logistici del Medio Oriente; l’aeroporto internazionale di Dubai è stabilmente tra i più trafficati al mondo; il Dubai Mall, centro commerciale diventato vera e propria agorà di questa città, ospita i più grandi marchi mondiali, accogliendo oltre 90 milioni di visitatori l’anno, rendendolo il luogo più turistico al mondo secondo il Guinness dei primati.
Turismo, finanza, commercio globale e logistica hanno trasformato, quindi, una città desertica in uno snodo strategico tra Europa, Asia e Africa e, si badi bene, non si tratta di un miracolo casuale ma questo è il risultato di una strategia politica ed economica molto chiara: apertura internazionale, infrastrutture d’avanguardia e un ambiente normativo progettato per attrarre investimenti stranieri.
In un mondo sempre più paralizzato da burocrazia, polarizzazione politica e lentezza decisionale, Dubai ha scelto un’altra strada: efficienza amministrativa, rapidità esecutiva e visione a lungo termine.
Naturalmente questo modello non piace a tutti. Anzi, spesso genera un riflesso quasi ideologico in alcune élite occidentali, che tendono a osservare Dubai con una miscela di diffidenza e moralismo. Negli ultimi tempi questa critica si è trasformata in qualcosa di ancora più curioso: una sorta di ostilità culturale amplificata dai social network. Meme, sarcasmo e battute verso chi vive negli Emirati sono diventati quasi un rituale digitale.
Nel racconto caricaturale che ne deriva, Dubai viene ridotta a un rifugio per influencer in cerca di visibilità, crypto-scammers e milionari in fuga dalle tasse ma la realtà è molto più semplice e molto meno sensazionale.

La città ospita oggi oltre duecento nazionalità ed è uno dei più grandi esperimenti di globalizzazione contemporanea. Professionisti, imprenditori, ingegneri, medici, manager e lavoratori altamente qualificati arrivano qui ogni anno attratti da opportunità economiche che in molti Paesi europei stanno diventando sempre più rare. Eppure, questo aspetto raramente trova spazio nel racconto mediatico.
Anche durante i momenti di tensione geopolitica più recenti, una parte della stampa italiana ha preferito concentrarsi su dettagli sensazionalistici: presunti prezzi astronomici dei voli per il rientro, hotel dalle tariffe fuori controllo o narrazioni legate a una presunta “economia di guerra” senza soffermarsi sulle molte altre conclusioni affrettate di fantageopolitica internazionale.
Molto meno spazio è stato dedicato a un fatto piuttosto semplice: la vita quotidiana in città è continuata quasi normalmente. Migliaia di persone hanno semplicemente fatto ciò che fanno ogni giorno: andare a lavorare.
Certo, non è una storia che fa notizia ma è forse proprio questo il punto cruciale di tutta questa faccenda.
Chi vive a Dubai tende, infatti, a sviluppare una prospettiva molto diversa da chi la osserva a distanza. In un’epoca segnata da instabilità geopolitica, inflazione e incertezza economica, l’emirato ha costruito una reputazione precisa: quella di un luogo stabile, sicuro e prevedibile.
Per imprese e investitori, non è un dettaglio secondario.
C’è, poi, un elemento che spesso sfugge al dibattito occidentale: l’efficienza amministrativa. Dubai ha dimostrato nel tempo una capacità quasi unica di realizzare progetti infrastrutturali e urbanistici in tempi che in molte democrazie occidentali sarebbero semplicemente impensabili.
Nel giro di pochi decenni la città è passata da porto commerciale regionale a hub globale capace di competere con metropoli storiche come Londra, Singapore o Hong Kong.
Forse è proprio questa velocità di trasformazione a generare irritazione. Dubai sfida molti dei paradigmi tradizionali dello sviluppo urbano ed economico. Non segue necessariamente i modelli occidentali e proprio per questo viene spesso guardata con sospetto. Negli ultimi anni il Paese ha modificato profondamente la propria legislazione per attrarre investimenti e talenti. Sono state introdotte riforme del lavoro, liberalizzate le norme sui visti e creati nuovi strumenti come i Golden Visa, permessi di residenza di dieci anni non legati a un datore di lavoro specifico.

Gli stranieri possono oggi aprire società con proprietà al 100% in un numero crescente di settori economici, contribuendo alla nascita di una nuova classe imprenditoriale internazionale.
Allo stesso tempo, Dubai non è una democrazia liberale sul modello occidentale. Gli Emirati Arabi Uniti sono una federazione di sette emirati guidata da monarchie ereditarie e la cittadinanza viene concessa raramente agli stranieri ma è anche senza dubbio un sistema in cui molti meccanismi funzionano con una velocità che altrove sembra sempre più difficile immaginare.
Forse, è proprio questa combinazione a rendere Dubai così divisiva: un modello politico non occidentale che però produce risultati economici difficili da ignorare.
Nel frattempo, mentre le polemiche continuano, la città prosegue il suo percorso. Cresce, innova e continua ad attrarre talenti da ogni parte del mondo.
Dubai resta, quindi, una città che divide.
Ma è anche una città che continua a vincere la sua scommessa più importante: quella sul futuro.


