Dividendi tra società: dal 2026 arriva la maxi stangata fiscale

Dividendi delle società
Dal 1° gennaio 2026 i dividendi tra società con partecipazioni inferiori al 10% saranno tassati al 24%: è la fine di un regime fiscale agevolato durato anni.

La manovra di bilancio 2026 porta con sé una delle modifiche fiscali più rilevanti degli ultimi anni per il mondo imprenditoriale italiano. In particolare, la nuova norma riguarderà la tassazione dei dividendi tra società, cambiando radicalmente il trattamento fiscale di una pratica molto diffusa, soprattutto tra holding e società d’investimento.

Fino a oggi, le imprese con partecipazioni in altre società potevano contare su un trattamento estremamente favorevole: solo il 5% dei dividendi percepiti era tassato, traducendosi in un’imposta effettiva di circa l’1,2%. Un meccanismo pensato per evitare la doppia imposizione sugli utili, già tassati in capo alla società che li distribuisce.

Una svolta dal 2026: tassazione piena al 24%

A partire dal 1° gennaio 2026, tutto cambia. La nuova norma prevede che le società che detengono partecipazioni inferiori al 10% in altre imprese non potranno più beneficiare dell’agevolazione. I dividendi verranno quindi tassati interamente con l’aliquota IRES del 24%, come qualsiasi altro reddito societario.

Questa modifica rappresenta una vera e propria stretta fiscale, che punta a contrastare l’uso distorto delle strutture societarie per scopi di ottimizzazione fiscale, ma che rischia di avere effetti collaterali su un’ampia fetta del tessuto produttivo italiano.

Chi sarà colpito: PMI, holding e investitori industriali

Il nuovo regime colpirà tutte le imprese con partecipazioni “di minoranza”, cioè al di sotto della soglia del 10%. In questa categoria rientrano holding di piccole e medie dimensioni, società d’investimento e aziende che detengono quote strategiche o industriali in più realtà produttive, senza però superare la soglia che garantirebbe il mantenimento del beneficio fiscale.

Non si tratta solo di strutture “costruite” a fini fiscali. In molti casi, queste partecipazioni rappresentano scelte industriali, commerciali o territoriali pensate per creare sinergie, condividere competenze o sviluppare partnership a lungo termine.

Perché arriva la stretta? Obiettivo: più entrate per lo Stato

La motivazione dichiarata dal governo è semplice: aumentare le entrate fiscali e ridurre le strutture societarie “artificiali”, spesso create per intercettare il regime agevolato. Secondo il Ministero dell’Economia, la norma permetterà di recuperare centinaia di milioni di euro ogni anno, rendendo il sistema più equo e razionale.

Il principio alla base è che non tutte le partecipazioni societarie debbano godere dello stesso trattamento fiscale, specie se non si tratta di partecipazioni di controllo o di influenza significativa.

I timori degli analisti: meno investimenti, più fuga all’estero

Tuttavia, non mancano le critiche. Diversi analisti finanziari segnalano il rischio di un effetto boomerang: la nuova norma potrebbe ridurre l’attrattività del sistema fiscale italiano per gli investitori, spingendo molte imprese a rivedere la propria struttura societaria o, nei casi più estremi, a delocalizzare in Paesi con trattamenti fiscali più favorevoli.

L’Italia, infatti, si trova in un contesto competitivo europeo in cui molti Stati membri offrono agevolazioni per attrarre investimenti, e il rischio è che la riforma finisca per penalizzare proprio quelle imprese che agiscono con logiche industriali sane ma non detengono partecipazioni di controllo.

Nulla cambia per le persone fisiche

Un elemento importante da sottolineare è che la riforma riguarda solo le società. Per i privati cittadini che percepiscono dividendi, resta l’attuale tassazione con ritenuta secca al 26%. Nessun cambiamento, quindi, per gli investitori individuali.

Il rischio di impatti asimmetrici nel tessuto produttivo

Il cambiamento normativo avrà effetti molto differenziati a seconda della dimensione e della struttura dell’impresa. Le grandi aziende, con partecipazioni superiori al 10%, continueranno a beneficiare del trattamento agevolato. A soffrire saranno invece soprattutto le piccole realtà imprenditoriali, che spesso non possono permettersi di acquisire quote di controllo ma che partecipano in altre società per costruire reti produttive o commerciali.

Un possibile freno alla crescita delle holding italiane

Negli ultimi anni, il regime fiscale agevolato aveva incentivato la creazione di holding italiane, spesso costituite per gestire in modo più efficiente gruppi aziendali articolati. La nuova misura rischia ora di frenare questa tendenza, penalizzando anche strutture che non hanno finalità elusive, ma che svolgono un ruolo importante nel rafforzare la competitività delle imprese italiane.

Cosa aspettarsi nel 2026: ridefinizione delle strategie societarie

A pochi mesi dall’entrata in vigore della norma, molte imprese stanno già valutando modifiche alla propria struttura partecipativa. Alcune potrebbero decidere di accorpare partecipazioni, altre di spostare asset all’estero, mentre le più piccole potrebbero rinunciare a investimenti minoritari, con un possibile impatto negativo sulla dinamicità del mercato.

FAQ

Cosa cambia nella tassazione dei dividendi dal 2026?
Dal 1° gennaio 2026, i dividendi tra società con partecipazioni inferiori al 10% saranno tassati interamente al 24%.

Qual era il regime precedente?
Fino al 2025, solo il 5% dei dividendi era soggetto a tassazione, con un’imposta effettiva di circa l’1,2%.

Chi sarà colpito dalla nuova norma?
Società con partecipazioni minoritarie, come piccole holding e PMI con investimenti strategici in più aziende.

La riforma riguarda anche i privati?
No, per le persone fisiche resta la ritenuta del 26% sui dividendi percepiti.

Quali sono i rischi segnalati dagli esperti?
Riduzione degli investimenti, fuga di capitali all’estero e penalizzazione delle piccole realtà imprenditoriali.

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