Josh D’Amaro è diventato il nuovo CEO di Disney all’inizio del 2026, succedendo a Bob Iger dopo un periodo di transizione. Secondo il Wall Street Journal, il suo arrivo coincide con un piano di licenziamenti che potrebbe riguardare fino a 1.000 posti di lavoro nelle prossime settimane.
Questa decisione, definita un “dossier pesante” sul tavolo del nuovo manager che starebbe valutando il da farsi, era già in discussione prima del suo insediamento. Disney, come molti giganti di Hollywood, sta affrontando una ristrutturazione per adattarsi a un panorama mediatico in rapida evoluzione.
Motivi economici alla base dei tagli
I licenziamenti rispondono principalmente al calo dei profitti dallo streaming, che genera meno ricavi rispetto alla TV tradizionale. A questo si aggiungono il botteghino in flessione e la concorrenza agguerrita di colossi tech come Amazon e YouTube. L’obiettivo è liberare risorse per investire nelle attività digitali, dove Disney vede il vero potenziale di crescita. Questa strategia riflette una transizione dal modello lineare alla piattaforma on demand, con enfasi su esperienze interattive e contenuti personalizzati.
I dipartimenti più colpiti
La maggior parte dei tagli riguarderà il dipartimento marketing, da poco consolidato dopo riorganizzazioni interne. Si tratta di un’area già sotto pressione per l’adattamento alle campagne digitali multicanale. A fine anno fiscale 2025, Disney contava 231.000 dipendenti, con l’80% concentrato nei parchi a tema e prodotti di consumo, settori in espansione grazie a crociere e attrazioni. Al contrario, entertainment, ESPN e operazioni corporate hanno subito i contraccolpi maggiori, inclusi i precedenti tagli del 2022 sotto Iger (oltre 8.000 unità).
Le difficoltà del settore intrattenimento
Disney non è sola: Sony Pictures, Paramount e Warner Bros. Discovery hanno già ridotto il personale negli ultimi anni, spinti da costi fissi elevati e ricavi incerti. Ulteriori esuberi sono previsti se Paramount completerà l’acquisizione di Warner, in un’ondata di consolidamenti che ridisegna Hollywood. Nel frattempo, i parchi a tema continuano a crescere, trainati da un turismo esperienziale che resiste meglio alla crisi digitale. Disney punta così a un equilibrio tra eredità fisica e innovazione online.
La notizia arriva in una fase delicata per l’industria dell’intrattenimento, perché Disney esce da una stagione di forti riduzioni del personale e da anni di tensioni sul modello economico dello streaming.
E i parchi a tema?
I licenziamenti annunciati non sembrano colpire in modo diretto i parchi a tema, ma soprattutto marketing, entertainment ed aree corporate. La parte Parks, Experiences and Products resta infatti la più solida del gruppo e continua a essere la principale fonte di occupazione e ricavi.
L’impatto immediato sui parchi dovrebbe quindi essere limitato, almeno rispetto alle ondate di tagli già viste nel 2020, quando la pandemia aveva costretto Disney a intervenire duramente anche su Disneyland e Walt Disney World. In quel caso i licenziamenti nei parchi furono legati alla chiusura o alla forte riduzione della capacità operativa, non a una ristrutturazione strategica come quella attuale.
Disney continua a considerare i parchi e le crociere un’area di crescita più stabile rispetto allo streaming e all’advertising digitale. Proprio per questo, i tagli più recenti sono stati concentrati altrove, mentre i parchi hanno continuato ad assumere o comunque a reggere meglio il peso della riorganizzazione interna. In altre parole, il gruppo sembra voler tagliare costi nelle strutture centrali per preservare il motore fisico del business.


