Crisi d’impresa in Italia: liquidazioni giudiziali in preoccupante aumento

Crisi d'impresa
Secondo l’analisi di Cribis (Gruppo Crif), nel secondo trimestre 2025 sono state coinvolte 2.712 imprese in procedure di liquidazione giudiziale, con un aumento del 18% rispetto allo stesso periodo del 2024 e addirittura un +33% rispetto al secondo trimestre del 2023.

Il numero delle liquidazioni giudiziali in Italia è tornato a crescere in modo significativo nel 2025, segnando una netta inversione rispetto agli anni di contenimento successivi alla pandemia.

Secondo l’analisi di Cribis (Gruppo Crif), nel secondo trimestre 2025 sono state coinvolte 2.712 imprese in procedure di liquidazione giudiziale, con un aumento del 18% rispetto allo stesso periodo del 2024 e addirittura un +33% rispetto al secondo trimestre del 2023.

Nonostante la crescita, i livelli rimangono ancora inferiori a quelli registrati prima del Covid, ma il trend è marcato e diffuso su più settori e regioni.

Cos’è la liquidazione giudiziale 

La liquidazione giudiziale è una procedura concorsuale prevista dal Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza, entrata in vigore nel 2022, che ha sostituito il “vecchio” fallimento nell’ordinamento italiano. Si applica agli imprenditori commerciali in stato di insolvenza, cioè quando non sono più in grado di far regolarmente fronte ai propri debiti nei confronti dei creditori.

Questa procedura viene avviata dal tribunale su richiesta dell’imprenditore stesso, dei creditori, del pubblico ministero o di organi di vigilanza e controllo. Il procedimento porta alla nomina di un curatore, il quale ha il compito di gestire e liquidare tutti i beni aziendali, affinché il ricavato venga distribuito – seguendo un ordine di priorità stabilito dalla legge – tra i diversi creditori.

I settori più colpiti nel 2025

Commercio: 826 liquidazioni giudiziali nel secondo trimestre (+16% rispetto al primo trimestre 2025).

Edilizia: i casi passano da 493 a 600 (+22%).

Servizi: da 555 liquidazioni a 597 nello stesso intervallo (+8%).

Distribuzione geografica

Le regioni più colpite nel secondo trimestre 2025 sono: Lombardia (543), Lazio (400), Emilia-Romagna (239). 

Queste tre aree rappresentano il 43,5% del totale nazionale. All’estremo opposto si collocano Valle d’Aosta (1 caso), Molise (5) e Basilicata (7).

Dinamiche e cause

L’aumento segue una fase di relativo calo dovuta alle misure emergenziali post-pandemia ma oggi si lega a diversi fattori:

  • prolungata inflazione elevata;
  • nuove tensioni nel commercio globale;
  • aumento dei costi di approvvigionamento;
  • fine delle moratorie creditizie;
  • anticipazione dell’intervento giudiziario grazie al nuovo Codice della Crisi.

Secondo Marco Preti di Cribis, “l’inflazione che continua a rimanere alta e le nuove tensioni nel commercio globale creano rischi concreti… Le imprese più colpite saranno quelle PMI maggiormente legate ai mercati internazionali”.

Altri numeri rilevanti

  • Nel primo trimestre 2025 erano state registrate 2.341 liquidazioni giudiziali (+11,3% sul Q1 2024).
  • Anche il ricorso ai concordati preventivi cresce: nel secondo trimestre 2025 ne sono stati avviati 129, contro i 94 dello stesso periodo 2024 (+37%).

In sintesi, il 2025 rappresenta per l’Italia un anno di ritorno a ritmi crescenti nelle liquidazioni giudiziali, con impatti forti su settori chiave, in particolare commercio ed edilizia, e un accento sulle fragilità strutturali del tessuto imprenditoriale nazionale.

Le ripercussioni 

L’aumento delle liquidazioni giudiziali nel 2025 può avere effetti profondi sull’economia e il tessuto imprenditoriale italiano.

  • Pressione su occupazione e PIL: un maggior numero di imprese che chiudono significa perdita di posti di lavoro, minori investimenti, calo della produttività e un impatto potenzialmente negativo sulla crescita del PIL, specie in settori come commercio, edilizia e servizi che hanno un peso rilevante in Italia.
  • Effetto a catena sulla filiera: la crisi delle imprese comporta rischi di insolvenza nei confronti di fornitori e partner; questo può innescare a cascata altre sofferenze finanziarie nelle filiere produttive.
  • Calo della fiducia: il trend negativo può scoraggiare sia investitori nazionali che esteri, incidendo sulle prospettive di investimento e innovazione.
  • Concentrazione del mercato: fallimenti tra le PMI spesso portano a una maggiore concentrazione in mano a pochi grandi operatori, riducendo la competitività e la diversificazione.
  • Riduzione della natalità delle imprese: incertezza e difficoltà di accesso al credito possono frenare la nascita di nuove iniziative imprenditoriali, che sono fondamentali per il rinnovamento economico.
  • Accelerazione di trasformazioni strutturali: alcuni operatori potrebbero essere spinti a rafforzare la propria solidità finanziaria, a innovare o consolidare filiere e alleanze, portando a un’accelerazione nella modernizzazione del sistema produttivo.
  • Effetto su territori e coesione: le regioni più colpite dalle liquidazioni rischiano di perdere ulteriormente vitalità economica, con effetti su disuguaglianze territoriali e coesione sociale.
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