Acqua potabile a rischio: l’Italia perde il 40% nella rete

Rubinetto dell'acqua
In Italia si prelevano 9 miliardi di metri cubi d’acqua all’anno, ma la metà va persa: la Corte dei Conti svela le falle del sistema idrico e le sfide per il futuro, tra siccità e Pnrr.

L’Italia affronta una sfida silenziosa ma fondamentale: la gestione dell’acqua potabile, risorsa vitale messa a rischio da un sistema idrico obsoleto e inefficiente.

Ogni anno, infatti, il Paese preleva oltre 9 miliardi di metri cubi d’acqua, pari a 25 milioni di metri cubi al giorno, ma solo la metà – circa 4,6 miliardi – arriva effettivamente nelle case degli italiani. Il resto si perde tra tubature colabrodo, sprechi nella potabilizzazione e una governance frammentata.

È quanto emerge dalla relazione della Corte dei Conti, approvata con la Delibera n. 4/2025 dalla Sezione per gli affari europei e internazionali, intitolata “Il contributo al raggiungimento dell’obiettivo 6 dell’Agenda 2030 dell’Onu e alla mitigazione dei danni connessi alla siccità attraverso il miglioramento della rete distributiva e dell’approvvigionamento idrico“.

Con il cambiamento climatico che intensifica la siccità e un fabbisogno idrico crescente, il rapporto getta luce su un sistema al bivio: servono investimenti massicci e riforme strutturali per evitare una crisi irreversibile.

Un sistema colabrodo: il 40% dell’acqua si perde nella rete

Il dato è sconcertante: su 9 miliardi di metri cubi d’acqua prelevati annualmente, ben 3,4 miliardi – il 40% di quanto immesso nelle reti di distribuzione – si disperdono a causa di infrastrutture obsolete. A questo si aggiunge un ulteriore miliardo di metri cubi perso durante il trattamento di potabilizzazione, lasciando agli italiani solo la metà dell’acqua inizialmente disponibile. La Corte dei Conti non usa mezzi termini: l’inefficienza della distribuzione è il tallone d’Achille del sistema idrico italiano, un problema che affonda le radici in decenni di mancate modernizzazioni.

Il confronto con l’Europa è impietoso. Mentre altri Paesi hanno investito in reti smart e tecnologie di monitoraggio, l’Italia arranca con tubature vecchie di oltre 50 anni in molte regioni, specialmente al Sud, dove le perdite superano spesso il 50%. Questo spreco non è solo un danno economico, ma un ostacolo al raggiungimento dell’Obiettivo 6 dell’Agenda 2030 dell’Onu, che mira a garantire acqua pulita e accessibile per tutti entro il 2030.

Governance frammentata: tre ministeri e un servizio incompiuto

Gestire l’acqua in Italia significa navigare in un labirinto burocratico. La Corte dei Conti evidenzia una governance multilivello che coinvolge tre ministeri – Transizione Ecologica, Infrastrutture e Agricoltura – spesso con competenze sovrapposte e poca coordinazione. A complicare il quadro c’è il Servizio Idrico Integrato, introdotto dalla legge n. 36/1994 per razionalizzare la gestione dell’acqua, ma mai attuato completamente.

In molte aree, soprattutto rurali, gli ambiti territoriali sono ancora gestiti “in economia” da enti locali con risorse limitate e scarsa capacità di investimento. “Il sistema è frammentato e inadeguato a rispondere alle sfide attuali”, scrivono i giudici contabili, rimarcando come questa dispersione rallenti i progressi contro la siccità e l’inefficienza idrica.

Investimenti insufficienti: il Pnrr come ancora di salvezza

Per rimettere in sesto il sistema idrico italiano servono 6 miliardi di euro all’anno, ma le entrate attuali si fermano a 4 miliardi. La differenza è un buco che rischia di allargarsi, anche perché un terzo delle spese correnti dipende dal costo dell’energia elettrica, che assorbe il 2,5% del consumo nazionale per far funzionare pompe, impianti di trattamento e reti. Con i prezzi dell’energia in aumento, la sostenibilità economica del sistema è sempre più fragile.

Qui entra in gioco il Pnrr, il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, che rappresenta una boccata d’ossigeno. Dei 5,3 miliardi di euro stanziati per 628 interventi in corso, 3,7 miliardi provengono dal Pnrr, destinati a progetti chiave come la digitalizzazione delle reti, il monitoraggio delle perdite e la sicurezza dell’approvvigionamento idrico. Parallelamente, per l’irrigazione – che copre oltre il 50% del fabbisogno idrico nazionale – sono attivi 279 progetti per un totale di 2 miliardi di euro, finanziati anche da altre fonti.

Dal 2012 al 2023, gli investimenti lordi pro capite sono passati da 33 a 70 euro, un incremento significativo ma ancora insufficiente rispetto alla media europea. Il problema? Le tariffe idriche italiane, tra le più basse in Europa, non generano abbastanza risorse per coprire i costi operativi e finanziare le infrastrutture necessarie.

Irrigazione e agricoltura: la sfida del 50%

L’acqua non serve solo per bere: oltre la metà del fabbisogno idrico italiano è destinato all’irrigazione agricola, un settore cruciale per l’economia ma altrettanto vulnerabile alla siccità. La Corte dei Conti rileva che i 279 progetti attivi al 2024, finanziati per oltre 2 miliardi di euro, puntano a modernizzare i sistemi irrigui, riducendo gli sprechi e migliorando l’efficienza.

Tuttavia, il ritmo di attuazione è lento. Molti agricoltori dipendono ancora da metodi tradizionali, con perdite significative dovute a canali scoperti e impianti obsoleti. Il Pnrr offre una chance per colmare questo gap, ma il tempo stringe: entro il 2026, i fondi europei dovranno essere spesi, altrimenti andranno persi.

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