Il concordato preventivo biennale per il 2025-2026 si è ufficialmente chiuso martedì 30 settembre 2025 con adesioni molto basse: solo 55mila partite Iva hanno accettato l’accordo con l’Agenzia delle Entrate, in forte calo rispetto alle 584.565 del 2024, su una platea potenziale di oltre 4 milioni di contribuenti tra autonomi soggetti agli Indici di affidabilità fiscale (ISA) e forfettari.
Il risultato deludente
Questo strumento, promosso dal viceministro Maurizio Leo come mezzo per rendere “virtuosi” autonomi e piccole imprese con alta propensione all’evasione fiscale superiore al 67%, ha però mancato l’obiettivo di garantire certezza del gettito e ridurre l’evasione.
Cos’è il concordato preventivo
Il concordato preventivo è un accordo tra il contribuente (in questo caso soprattutto autonomi e piccole imprese) e l’Agenzia delle Entrate volto a stabilire le tasse da pagare per il biennio successivo, evitando controlli fiscali più severi. Ha una durata biennale (2025-2026 in questo caso) e si basa su una dichiarazione volontaria di affidabilità fiscale con un piano di pagamento concordato. Nel contesto fiscale, è uno strumento preventivo per regolarizzare anticipatamente la situazione debitoria con il Fisco, con la finalità di favorire un rapporto più trasparente e un gettito fiscale certo.
A chi è rivolto
Il concordato è rivolto principalmente a titolari di partita Iva autonomi, professionisti e piccole imprese che rientrano negli Indici di affidabilità fiscale. In passato ha coinvolto anche i contribuenti con regime forfettario (flat tax), ma dal 2025 questi ultimi sono stati esclusi. L’obiettivo è quello di raggiungere quei soggetti con una propensione all’evasione elevata che tendono a non rispettare gli obblighi fiscali. Si rivolge quindi a una vasta platea di contribuenti ‘problematici’ sotto il profilo fiscale.
La finalità
In pratica, il contribuente si impegna a versare le imposte dovute per il biennio secondo quanto stabilito da un piano concordatario. Il fisco “premia” così chi aderisce con un regime meno severo di accertamenti e controlli. La finalità è duplice:
– da un lato rendere “virtuosi” i contribuenti, incentivandoli ad uscire dalla zona d’ombra fiscale;
– dall’altro assicurare maggiore certezza nel gettito fiscale per lo Stato. Si mira anche a ridurre l’evasione fiscale complessiva, considerata molto alta tra autonomi e piccole imprese.
Perché si ritiene che sia stato un flop
Il concordato ha mostrato adesioni molto basse (solo il 2% circa del potenziale nel 2025-2026, molto inferiore al 13% del 2024). Gli esperti ritengono questa partecipazione scarsa frutto di diversi fattori critici:
– esclusione dei contribuenti forfettari dal 2025, che ha ridotto drasticamente la platea aderente;
– la complessità e pesantezza del regime di controllo fiscale associato all’accordo;
– scetticismo degli operatori e professionisti sulla convenienza reale del concordato, che dovrebbe svincolarsi dagli ISA per attirare più adesioni;
– inoltre, molti ritengono che il concordato preveda un aumento della pressione fiscale per chi aderisce, scoraggiando così la partecipazione.
Nonostante il viceministro Maurizio Leo abbia definito l’iniziativa un “gran successo” perché alcuni contribuenti sarebbero passati dall’ombra alla trasparenza, l’interpretazione è giudicata eccessivamente ottimistica da osservatori e commercialisti, che vedono il risultato come un fallimento rispetto agli obiettivi prefissati.
In buona sostanza, il concordato ha suscitato dubbi sulla sua efficacia e suscitato non poche polemiche sulle sue modalità e risultati.
Benefici e sanzioni conseguenti all’adesione al concordato
L’adesione al concordato preventivo biennale comporta sia benefici sia obblighi, mentre la mancata adesione o la decadenza dal concordato può comportare conseguenze sanzionatorie.
I benefici dell’adesione
– Il contribuente si impegna a dichiarare e versare le imposte basandosi sul reddito concordato per il biennio, con l’irrilevanza fiscale di eventuali maggiori o minori redditi effettivi rispetto al concordato. Quindi, se il reddito reale fosse superiore a quello concordato, non si subiscono imposte aggiuntive su tale differenza. Ciò semplifica la gestione fiscale e offre certezza sui carichi fiscali da sostenere. Restano però obbligatori gli adempimenti contabili e dichiarativi usuali, oltre all’applicazione degli indici di affidabilità fiscale (ISA).
– L’adesione favorisce un regime di controllo fiscale meno severo e previene l’applicazione di sanzioni più pesanti previste per chi non aderisce.
Obblighi e condizioni
– Il contribuente deve rispettare il piano di pagamento concordato e mantenere veridiche le informazioni fornite, evitando violazioni rilevanti. La comunicazione di dati inesatti o incomplete può causare decadenza dal concordato.
– Non si può accedere al ravvedimento speciale per regolarizzare errori commessi negli anni di vigenza del concordato.
Sanzioni in caso di mancata adesione
– Chi non aderisce al concordato preventivo biennale è soggetto a soglie di applicazione delle sanzioni amministrative più basse rispetto al quadro generale, ovvero la soglia per le sanzioni accessorie scende da 50.000 a 25.000 euro, con conseguenze quali interdizione dall’esercizio di cariche sociali, interdizione da gare pubbliche, sospensione di attività imprenditoriali o lavorative autonome, oltre a un aumento dei controlli fiscali da parte dell’Agenzia delle Entrate e Guardia di Finanza.
Le critiche: cosa non ha funzionato
Le principali argomentazioni che criticano l’efficacia del provvedimento del concordato preventivo biennale 2025-2026 si basano su:
– La scarsa adesione dimostra una mancanza di efficacia concreta nel raggiungimento dell’obiettivo di contrastare l’evasione fiscale tra autonomi e piccole imprese. La ridotta partecipazione al sistema è vista come un segnale di sfiducia o scarsa convenienza percepita da parte dei contribuenti.
– L’esclusione dal 2025 dei contribuenti forfettari, che prima costituivano una quota rilevante degli aderenti, riduce significativamente la platea di potenziali beneficiari, limitando la diffusione del provvedimento e la sua capacità di “virtuosizzare” la categoria.
– Critiche emergono anche sul meccanismo di calcolo e applicazione degli Indici di affidabilità fiscale (ISA), considerati troppo complessi e non sempre adeguati alle diverse realtà economiche, riducendo così l’attrattiva dell’accordo.
– Alcuni esperti ritengono che il concordato si traduca in un aumento di pressione fiscale per chi aderisce, scoraggiandone così la partecipazione; inoltre, la formula non risulta abbastanza flessibile per adeguarsi alle specificità delle diverse partite Iva e imprese.
– In generale, la normativa appare carente nell’offrire garanzie e strumenti realmente efficaci di compliance e incentivo, con limitata disciplina dei provvedimenti amministrativi legati al concordato e possibili problemi giuridici relativi all’efficacia temporale degli stessi provvedimenti.


