Fabrizia Covino: “Il carcere non è solo punizione: può essere uno spazio di libertà interiore”

Fabrizia Covino
La professoressa Fabrizia Covino racconta a Capitalist.it il progetto che unisce Costituzione, carcere e università: “Rieducare significa credere nella persona, oltre le sbarre”.

Docente di Istituzioni di diritto Pubblico presso il Dipartimento di Economia e Diritto dell’Università La Sapienza di Roma, la professoressa Fabrizia Covino insegna presso la Facoltà di Economia, sia nella sede centrale sia nel polo pontino. Il suo lavoro unisce rigore scientifico, passione educativa e impegno civile.

È infatti coordinatrice del progetto di Terza Missione “3CiLab – Costituzione, Carcere e Città di Latina”, che promuove il dialogo tra il mondo accademico e il sistema penitenziario.

Oggi abbiamo il piacere e l’onore di raccogliere la sua testimonianza, per approfondire il valore sociale della Costituzione, il ruolo dell’università nel costruire consapevolezza e la sfida – culturale e civile – di portare il sapere fuori dalle aule universitarie, oltrepassando le sbarre del carcere.

Com’è nata l’idea di sviluppare un progetto di sinergia tra università e carcere?

L’idea è nata durante i tre anni in cui ho lavorato alla Corte costituzionale come assistente del giudice, il Professore Augusto Barbera, diventato in seguito Presidente della Corte. In quegli anni, la Corte stava avviando un progetto chiamato “Il viaggio in Italia” che si articolava su due fronti: da un lato, con l’ingresso dei giudici nelle scuole; dall’altro, con la loro presenza nelle carceri, dove incontravano i detenuti per dialogare insieme a partire dalla Costituzione. Fin dai primi resoconti è emerso chiaramente quanto fosse intenso lo scambio umano e culturale che si generava. I giudici rimasero profondamente colpiti dalla realtà carceraria e, in particolare, dall’umanità di molti detenuti. Anch’io ne fui profondamente segnata, e seguii attivamente lo sviluppo di quel progetto.

Quando sono tornata al mio lavoro presso l’Università La Sapienza, ho deciso di proseguire lo studio del tema carcerario, presentando un progetto di Terza Missione finalizzato a esplorare e promuovere una possibile sinergia tra università e carcere. L’idea, allora come oggi, era quella di costruire un ponte tra le istituzioni.

È importante chiarire cosa si intenda per Terza Missione: si tratta di una funzione che va oltre le due missioni tradizionali dell’Università, ovvero la didattica e la ricerca. La Terza Missione ha come obiettivo quello di portare la cultura al di fuori delle aule universitarie, raggiungendo soprattutto quei contesti che più ne hanno bisogno, come quelli segnati da fragilità.

Da questa visione è scaturita l’idea di avviare una collaborazione con la casa circondariale di Latina. Anche con la mediazione della Caritas diocesana, che opera attivamente presso il carcere, ho iniziato a stabilire contatti con l’amministrazione penitenziaria. L’intento era quello di portare all’interno del carcere i valori della Costituzione. La nostra Carta, infatti, con il suo linguaggio mite, pone al centro la persona, ne riconosce la dignità, ne tutela i diritti. Sono numerosi gli aspetti della Costituzione che possono essere trasferiti e resi vivi anche al di fuori delle aule accademiche, in altri contesti.

Così è nato il progetto di collaborazione.

Com’è strutturato il progetto, quali sono le attività e chi sono i beneficiari?

I beneficiari diretti, in prima battuta, sono stati i detenuti, con i quali abbiamo avuto diversi incontri. Insieme, abbiamo parlato del concetto di rieducazione, facendo esplicito riferimento all’articolo 27, terzo comma, della Costituzione, il quale stabilisce che “le pene non possono essere contrarie al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”.

Ma i detenuti non sono stati gli unici a beneficiare del progetto. L’iniziativa ha coinvolto l’amministrazione penitenziaria, la polizia penitenziaria, i volontari che operano all’interno degli istituti di pena e, soprattutto, gli studenti universitari, che rappresentano l’altra componente fondamentale del progetto. Mi sembra – e lo spero sinceramente – che questa esperienza gli abbia fatto del bene.

Abbiamo avuto l’opportunità di creare un dialogo tra detenuti e studenti, che spesso sono coetanei. Si tratta dei detenuti del reparto maschile, per lo più ventenni, come i nostri studenti. Questo scambio, basato sull’ascolto e sulla riflessione condivisa, ha generato un’interlocuzione profonda e inattesa.

La struttura del progetto si è articolata attraverso una serie di attività seminariali, distribuite durante l’anno. Ricordo che il progetto ha una durata annuale e si concluderà nel prossimo mese di maggio.

Nel corso di queste attività, la Facoltà di Economia della sede di Latina ha ospitato figure istituzionali di rilievo come la direttrice della casa circondariale di Latina Pia Paola Palmeri e il responsabile dell’area educativa Rodolfo Craia, i quali hanno tenuto dei seminari agli studenti del primo anno di Istituzioni di diritto Pubblico, giovani che si sono affacciati per la prima volta al mondo universitario e a cui abbiamo cercato di far comprendere la complessità e la realtà concreta del sistema carcerario.

In qualità di coordinatrice del progetto, insieme ad alcuni colleghi giuristi e ad alcune dottorande di ricerca, mi sono recata personalmente in carcere per parlare di Costituzione. In particolare, ho avuto l’occasione di incontrare le donne detenute, con le quali abbiamo discusso del ruolo della donna nella Costituzione, della parità di genere, della donna lavoratrice, della maternità e, più in generale, di tutte le sfaccettature con cui la nostra Carta riconosce e tutela la figura femminile.

Il feedback dei detenuti è stato decisamente positivo, così come quello degli studenti di Sapienza. Un gruppo ristretto di 15 studenti, che ha partecipato attivamente al progetto, ha dimostrato un reale coinvolgimento: abbiamo organizzato per loro una serie di incontri dedicati, che li hanno portati a sviluppare un forte interesse per il tema, fino a manifestare empatia nei confronti dei detenuti.

In particolare, le donne detenute nel reparto di alta sicurezza hanno mostrato grande interesse. Grazie al laboratorio di arte solidale presso il carcere, e alla collaborazione della responsabile del laboratorio stesso, è stato realizzato un progetto simbolico: delle borse artigianali sulle quali le detenute hanno cucito frasi tratte dalla Costituzione, come ad esempio “La libertà personale è inviolabile”, e altre espressioni che incarnano i valori fondamentali della nostra democrazia.

Tutto ciò ci fa comprendere come rieducazione e riabilitazione passino necessariamente attraverso il coinvolgimento della società civile, e quanto sia importante, in questo contesto, il ruolo del lavoro.

L’Università, in quanto istituzione democratica e libera, grazie alla sua esperienza, può gettare luce sulla realtà carceraria. E questo è fondamentale, perché offre un esempio alle altre istituzioni. Nel nostro piccolo, attraverso questo progetto, ci siamo accorti di come sia possibile stimolare anche altri soggetti istituzionali a partecipare, a collaborare, a non restare indifferenti.

Anche la Sapienza ha tratto benefici da questo percorso. Ha avuto l’occasione di comunicare e rendere visibili i valori in cui crede: la democraticità, il pluralismo, l’importanza del coinvolgimento sociale. In tal modo, l’Università ha reso concreti e manifesti i principi fondanti su cui si basa.

Per quanto riguarda le persone detenute, si è generata curiosità e interesse per il sapere, al punto che alcuni di loro (soprattutto tra le donne) hanno manifestato la volontà di proseguire un percorso accademico. È nata, in questo senso, un’interlocuzione con il polo universitario penitenziario, una struttura attraverso cui Sapienza cerca di garantire la prosecuzione degli studi per gli studenti detenuti, compatibilmente con le limitazioni imposte dal contesto. Questo è un risultato importante, perché rappresenta una concreta alternativa alla quotidianità detentiva, spesso segnata da marginalità e isolamento.

Per il futuro del progetto, credo che il modello possa essere replicato anche in altre realtà italiane. La mia speranza è che si possa proseguire in questa direzione, provando anche attraverso l’apporto dell’università a reinserire gradualmente le persone detenute nella società.

Mi auguro che Sapienza possa essere una leva strategica, capace di mantenere viva e attiva questa sinergia attraverso i poli universitari penitenziari e i progetti di Terza Missione che porto avanti insieme ad altri colleghi.

L’auspicio è quello di stimolare l’amministrazione penitenziaria ad allargare gli orizzonti. Una collaborazione proficua potrebbe portare, ad esempio, all’apertura di cooperative di lavoro per i detenuti. In alcune carceri, queste realtà esistono già, e si tratta di modelli virtuosi che andrebbero estesi.

Credo che si possa fare molto. E che, passo dopo passo, questi cambiamenti possano davvero accadere.

Quanto crede che l’inclusione possa cambiare la percezione che la società ha del carcere?

A mio avviso, parlare di carcere e mostrarlo agli altri è un modo per squarciare il velo dell’ignoranza che ancora avvolge questo ambito. Un esempio concreto è stato lo spettacolo messo in scena oggi dalle detenute del carcere di Latina: un’occasione preziosa in cui gli studenti e noi tutti abbiamo toccato con mano la loro umanità, al di là degli stereotipi e dell’idea del carcere concepito esclusivamente come strumento di punizione.

Il carcere, invece, può rappresentare qualcosa di diverso: uno spazio in cui riconoscere che il bene esiste ancora, e dove è possibile ritrovare perfino una forma di libertà interiore. Una libertà che si esprime attraverso la fantasia, il pensiero, l’intelligenza.

È la stessa Corte Costituzionale ad affermarlo: la persona detenuta conserva sempre un margine di libertà interiore, che non può essere annientato. Proprio per questo, la pena deve avere un “volto costituzionale”.Non può limitarsi a essere afflittiva o retributiva: deve essere, per sua natura, rieducativa, così come stabilisce la nostra Costituzione.

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