Paolo Carbone: “Napoli ha trasformato la metropolitana in cultura e archeologia”

Paolo Carbone
Capitalist intervista Paolo Carbone, presidente di Metropolitana di Napoli, docente e avvocato: diritto, università, Brasile, sostenibilità e futuro delle infrastrutture.

Capitalist intervista il professor Paolo Carbone, presidente di Metropolitana di Napoli s.p.a, avvocato di lungo corso e docente universitario. Una carriera brillante, costruita fin dagli anni dell’università, tra tribunali, aule accademiche e consulenze di altissimo profilo in Italia e all’estero. Al centro del suo percorso professionale ci sono il rapporto con i giovani, la passione per l’insegnamento e l’amore per l’archeologia: un legame profondo con la storia che non ha mai smesso di accompagnarlo negli anni.

Napoletano autentico, Carbone incarna la tradizione del logos mediterraneo con uno sguardo costante alla modernità. Nel suo studio, nel cuore di Roma, si respira cultura: scaffali colmi di saggi, testi rari e volumi frutto di anni di studio e ricerca, patrimonio della sapienza giuridica contemporanea.

In questa intervista one to one con Capitalist, tra riflessioni, aneddoti e visioni sul presente, compiamo un viaggio ideale tra Napoli, Roma e il Brasile.

Prof. Carbone, lei è docente universitario, avvocato, consulente di Ministri e presidente di una storica S.p.a. privata che realizza infrastrutture per la città di Napoli: un percorso professionale articolato con il Diritto come filo conduttore. Come l’ha scelto e quale impatto ha avuto nella sua formazione?

La passione per il diritto è nata un po’ per caso e un po’ per destino. Al termine del liceo classico la mia vera passione era l’archeologia. A 14 anni, dopo una visita con la famiglia in Egitto, rimasi attratto dai geroglifici al punto da studiarli per mio conto. A 16 anni avendo il brevetto sub avevo collaborato con alcune attività archeo sub nell’area Flegrea. Sognavo di unirmi alla spedizione che voleva cercare l’armata di Cambise, perduta secondo Erodoto nel deserto del Sahara. Fu l’imprenditore veneziano, paleontologo, che la stava organizzando, in un incontro personale, a farmi capire la difficoltà di finanziare scavi e ricerche senza mezzi propri. Capii che la mia passione avrebbe dovuto trovare casa altrove: in famiglia c’erano giuristi, e il diritto mi avrebbe consentito di tenere viva quella passione accedendo alla professione notarile capace, un giorno, di sostenere le mie campagne di ricerca. Iscrivermi a Giurisprudenza fu naturale. Alla passione per le materie storiche — il diritto romano — si era affiancata anche quella per le materie economiche. In tre anni e una sessione mi laureai con il massimo dei voti: il 1.7.1988 alla Federico II di Napoli in diritto privato dell’economia, discutendo una tesi sui mercati finanziari. La tesi mi aprì le porte di uno stage alla Consob, dove incontrai Mario Bessone — che con Guido Alpa aveva rivoluzionato l’approccio al diritto civile attraverso la case law. Allo stesso tempo la frequentazione di Vincenzo Giuffré, romanista a Napoli, accese definitivamente in me la vocazione per l’insegnamento. Naufragò, così, l’idea di fare il notaio. L’insegnamento divenne passione grazie agli incontri settimanali alla LUISS con Roberto Pardolesi: una vera palestra della mente, non soltanto di diritto. Con lui la prospettiva di Law & Economics si rafforzò e, soprattutto, prese forma definitiva il diritto comparato con il suo metodo, la capacità di spaziare in chiave multiculturale anche storica: da allora non li ho più abbandonati.

Lei è professore da molti anni in diversi atenei. Perché l’insegnamento è sempre centrale nella sua vita professionale?

L’insegnamento resta centrale per tre ragioni. La prima è la passione innata di trasmettere ai giovani l’amore per la ricerca: la cultura ha senso solo se la si condivide. La seconda è che la didattica è una palestra continua che costringe a un aggiornamento permanente — alcuni miei temi di ricerca sono nati proprio da un quesito sorto in aula. La terza è che la passione per la ricerca, nel tempo, diventa un metodo che si trasferisce a tutte le altre attività: professionali, consulenziali, istituzionali. È questo metodo ad offrire ciò di cui oggi c’è più bisogno: la disponibilità mentale a integrare il diritto con altri punti di vista, a cogliere il significato d’insieme — come in un mosaico che si legge solo dalla giusta distanza.

Come sta cambiando il ruolo dell’università nella formazione delle nuove classi dirigenti?

L’università vive una transizione epocale: non è più solo trasmettitore di sapere consolidato, ma laboratorio permanente di co-produzione della conoscenza con imprese, istituzioni e comunità. Ne è prova il progetto Campus Empresarial avviato con Fabio Vicenzi nel Sud del Brasile: un distretto industriale con polo universitario. L’università italiana sconta però un ritardo strutturale: la spesa in ricerca resta sotto la media OCSE e la fuga dei cervelli è un’asimmetria non compensata. Un uso più efficiente della finanza sostenibile, come i Green Bond di Stato, potrebbe finanziare dottorati e ricerca sulla transizione energetica e la mobilità sostenibile. Ciò nonostante, il punto di forza da preservare resta la formazione umanistico-giuridica: pensiero critico, capacità ermeneutica e flessibilità cognitiva, qualità che nell’era dell’IA valgono di più.

Quali competenze ritiene fondamentali per i giovani che vogliono operare nel diritto internazionale, nelle istituzioni o nelle grandi infrastrutture?

Sul piano delle competenze hard, il monolinguismo anglofono è una povertà strategica: spagnolo, portoghese e, sempre più, cinese e arabo sono strumenti di accesso a sistemi giuridici e culture decisionali irrinunciabili. A questo si aggiungono la padronanza di diversi sistemi giuridici, la finanza di progetto e una consapevolezza non strumentale delle tecnologie. Le competenze soft — negoziazione, comunicazione interculturale, etica pubblica — ne costituiscono il presupposto: ho visto ingegneri brillanti naufragare in tavoli internazionali e giuristi mediocri eccellere per sensibilità relazionale. Il consiglio è duplice: non confondere la specializzazione con la chiusura disciplinare — un buon giurista deve saper leggere un bilancio e un buon manager deve saper interpretare una sentenza —; e coltivare un’esperienza estera vera, lunga, scomoda, prima dei trent’anni.

Insegna Diritto comparato e Corporate Social Responsibility: quali punti di contatto vi sono tra le discipline? Quanto l’attuale quadro internazionale — dal ritiro USA dall’Accordo di Parigi alla revisione del Green Deal — rischia di indebolire le strategia CSR?

Le due discipline condividono una comune matrice metodologica: entrambe assumono il pluralismo come dato strutturale. Il diritto comparato studia la coesistenza di ordinamenti e razionalità giuridiche differenti; la CSR opera in uno spazio in cui hard law statale, soft law internazionale, standard ESG e prassi reputazionali si intrecciano. Entrambe richiedono sensibilità trans-culturale: la due diligence sui diritti umani impone il confronto tra standard giuridici, economici e sociali diversi nelle varie giurisdizioni. La cultura giuridica può incidere sui modelli di sviluppo sostenibile se supera una lettura meramente formale della norma e ne coglie le funzioni economiche e sociali. In quest’ottica, la CSR non è più un capitolo del diritto commerciale, ma una frontiera del diritto civile contemporaneo.

Il quadro è sfidante. Il ritiro USA dall’Accordo di Parigi, le direttive Stop the clock e Omnibus, che hanno ridimensionato CSRD e CSDDD, e la frammentazione dell’ordine multilaterale possono indebolire l’infrastruttura normativa su cui la CSR ha costruito il proprio sviluppo. Tuttavia, non credo che la CSR perda il proprio orizzonte strategico: i rischi ESG non scompaiono per scelta di un legislatore; gli investitori istituzionali continuano a integrarli nei propri programmi; il diritto europeo resta il quadro regolatorio più avanzato. Serve però un riposizionamento culturale e narrativo: liberare la CSR dal sospetto di virtue-signalling e ricondurla a gestione strategica del rischio, alla legittimazione sociale e al valore di lungo periodo. Il trasporto pubblico è un paradigma concreto di decarbonizzazione: implica la sostenibilità non come compliance, ma come architettura strategica.

La sua attività di consulenza si è sviluppata all’estero, soprattutto in Brasile: come e perché?

L’esperienza brasiliana nacque quasi per caso. Il mio interesse storico era rivolto soprattutto alle civiltà mediterranee; in Sudamerica guardavo semmai a Perù e Messico. Avevo simpatia per l’Argentina, patria di Diego Armando Maradona, il campione che avevo amato da ragazzo seguendo la squadra di cui sono tifoso. Il Brasile, quindi, era fuori dal mio orizzonte.

Nel 1997, su invito di Guido Alpa, partecipai a un ciclo di convegni organizzato con Pietro Maria Putti in varie università degli Stati di São Paulo, Rio Grande do Sul e Santa Catarina. Il Brasile stava riprendendo i lavori del nuovo Codice civile, poi approvato nel 2002 e da me tradotto e pubblicato in italiano, mentre cresceva il confronto con i civilisti europei. Fu una folgorazione. Scoprii un Paese dalle enormi potenzialità, una forte vicinanza linguistica e soprattutto il peso dell’emigrazione italiana. Anni dopo provocavo i miei studenti di Sistemi giuridici latinoamericani sostenendo che São Paulo avrebbe dovuto essere la capitale d’Italia, essendo la città con il maggior numero di italiani al mondo.

Mi trovai davanti a un Paese molto diverso dagli stereotipi europei: non soltanto calcio, samba e carnevale, ma lavoro intenso, università organizzata sulle esigenze di chi studia e lavora, corsi serali molto frequentati e una straordinaria volontà di crescita, distante dall’Italia contemporanea.

Tornai con la sensazione di aver incontrato un Paese in cui vi fosse ancora molto da costruire e nel quale avrei potuto offrire un contributo. Le cose andarono effettivamente così: Milano Finanza, nei numeri speciali Brasile la grande partita (2012) e Brasile l’Italia che segna (2014), mi inserì con Fabio Vicenzi tra gli ottanta e poi i cento soggetti più influenti nei rapporti economici tra Italia e Brasile.

Quel viaggio non rimase isolato. A Porto Alegre incontrai il collega e amico Fabio Vicenzi, ma avevo anche un vantaggio inconsueto: ero l’unico tra i colleghi ad avere una posta elettronica, ancora rarissima nell’Italia di fine anni Novanta. Mi interessavo già allora di comunicazione digitale; nel prendere servizio all’Università di Torino fui il primo giurista a chiedere un indirizzo email, richiesta quasi rifiutata in quanto considerata una prerogativa degli ingegneri. Quella email diede la stura a un rapporto ancora in corso.

Sul piano accademico, la mia esperienza brasiliana si collocava idealmente nel solco di grandi maestri italiani come Tullio Ascarelli e Tullio Liebman, accolti in Brasile dopo le leggi razziali del 1938 e protagonisti del rinnovamento del diritto commerciale e processuale. Ho cercato, nei limiti delle mie possibilità, di mantenere viva quella tradizione anche attraverso l’insegnamento alla LUISS di Sistemi giuridici latinoamericani, introdotto per la prima volta in Italia e in Europa. Nel 2008 l’Università FMU di São Paulo ha riconosciuto questo percorso conferendomi una laurea Honoris Causa in diritto comparato.

Sul piano operativo ho accompagnato numerose imprese italiane in Brasile, comprese realtà pubbliche come Leonardo, Anas International e Terna; ho collaborato con missioni di Confindustria, ICE e Federexport, favorendo il dialogo tra centinaia di imprese italiane e il tessuto produttivo brasiliano. Con Fabio Vicenzi ho inoltre fondato Carbone & Vicenzi Consulting, tra le prime realtà con presenza stabile sia in Italia sia in Brasile.

Sul piano scientifico, i codici brasiliano e argentino mostrano un modello innovativo di codificazione per il terzo millennio, fondato sull’integrazione dei temi sociali direttamente nel Codice civile. Un salto evolutivo rispetto alle precedenti stagioni codificatorie, approfondito nel mio volume La rotta dei codici: orizzonte terzo millennio (2019), dedicato all’evoluzione dalle codificazioni preborghesi e ottocentesche sino alle più recenti esperienze latinoamericane.

Dal 2022 presiede Metropolitana di Napoli SpA (MN): cosa ha portato con sé e cosa riceve? Quali nodi restano nel rapporto tra opere pubbliche, burocrazia e governance?

È un’esperienza che unisce due dimensioni a lungo parallele della mia vita: quella tecnico-giuridica e quella imprenditoriale, maturata partecipando ai progetti fin dalla programmazione e condividendo il rischio con il cliente. Questo approccio mi ha consentito di dialogare naturalmente con ingegneri e tecnici, costruendo visioni strategiche fondate sulla conoscenza dei mercati. 

La linea 1 della metropolitana di Napoli non è solo un’infrastruttura di trasporto, ma molto di più: è la metropolitana dell’Arte, dell’Architettura e dell’Archeologia, trasformazione di un tradizionale ‘non luogo’ in spazio sociale, culturale e turistico, un modello oggi copiato anche all’estero. Questa prospettiva si declina, su un piano più ampio che ha preso forma durante la mia presidenza, con la collaborazione strutturata tra le metropolitane italiane: è nato così il Comitato Metronet (interlocutore stabile del Ministero dei Trasporti), ove MN assume un ruolo significativo e riconosciuto internazionalmente. Abbiamo adottato in MN il primo bilancio non finanziario volontario, integrando la sostenibilità nella governance. Contribuire all’immagine della propria città d’origine, spesso descritta in modo riduttivo ma capace di eccellenze, è una soddisfazione particolare. Per questo serbo gratitudine a chi mi ha affidato questa carica, anche perché, senza saperlo, con MN, la mia originaria passione archeologica ha chiuso un cerchio: gli scavi della metropolitana hanno restituito alla città scoperte straordinarie.

Quanto ai nodi da sciogliere, vedo la stratificazione normativa: sullo stesso cantiere convivono ancora regole stratificate che hanno effetti dilatatori sui tempi; l’amministrazione difensiva: la ‘paura della firma’ rallenta le opere strategiche più delle norme. Infine, un nodo culturale: pubblico e privato continuano spesso a guardarsi con sospetto invece che come partner orientati al risultato. Queste scelte, spesso, dipendono dalla qualità degli uomini e non sono una costante di efficienza nell’interesse del Paese. La metropolitane dell’Arte di Napoli ha dimostrato negli anni ‘90, a contrario, che la cooperazione può produrre eccellenze riconosciute nel mondo; ciò è emerso nel convegno del 20.10. 2025 al Maschio Angioino da me organizzato per celebrare il mio predecessore Gianegidio Silva.

Guardando al futuro, vedo tre direttrici: il passaggio da un diritto sanzionatorio ad uno promozionale con meccanismi premiali e fiducia istituzionale: una transizione che il nuovo Codice degli appalti ha avviato — con i principi del risultato, della fiducia e dell’accesso al mercato — ma che richiede tempo per essere metabolizzata; l’integrazione strutturale dei criteri ESG nella regolazione pubblica; la convergenza tra governance e tecnologie abilitanti, che imporrà di ripensare trasparenza e responsabilità anche in chiave algoritmica. Un diritto più progettuale: leva di sviluppo e non freno.

Guardando alla sua carriera, c’è una scelta che non rifarebbe o un traguardo che la rende orgoglioso? 

Ripercorrendo a ritroso la mia carriera, non riesco a trovare una scelta che non rifarei. La vita è una serie di sliding doors: ho sempre percorso la mia strada con intensità e passione, guardando al ‘bicchiere mezzo pieno’. Gli errori ci sono stati, ma nessuno ha generato il desiderio di una scelta diversa: gli errori ci rendono più forti, e il messaggio evangelico di Giovanni (16,20-21) lo ricorda — «Voi sarete afflitti, ma la vostra afflizione si cambierà in gioia». Non ho ripensamenti nemmeno nei confronti di quanti mi hanno rifiutato, osteggiato o non mi hanno compreso — cosa accaduta spesso nella giovinezza, ma che accade ancora oggi. Una positività che vale nei confronti di tutti indistintamente.

Se c’è qualcosa che vorrei aver avuto di più, è il tempo: più tempo per scrivere, per mettere in ordine le idee, per lasciare alle generazioni che verranno modelli di ispirazione. Quegli esempi che ho ricevuto — gli autori del liceo, le figure storiche, le persone incontrate lungo la strada, i miei genitori — sono stati modelli veri, semplici, autentici: parte del Paolo Carbone che sono oggi.

Tra i traguardi che avverto come più significativi c’è la riscoperta del diritto attraverso la narrazione e le fiabe. Il diritto è esso stesso una grande fictio costruttiva: sono le regole condivise ad aver consentito ai Sapiens di cooperare costruendo civiltà. La soddisfazione più autentica resta però quella umana: la mail in cui un allievo ti dice quanto quella lezione sia stata importante per lui; o lo sguardo di un figlio, ormai adulto, che si vede riconoscere dal proprio padre la maturità definitivamente raggiunta. Su questa terra siamo parentesi: ciò che conta è ciò che abbiamo condiviso. L’egoismo non produce nulla.

Che messaggio vorrebbe lasciare ai lettori di Capitalist.it?

La formula in cui condensare quanto detto è che il diritto del nuovo millennio deve smettere di essere un ‘argine’ e tornare a essere una ‘infrastruttura’: un’infrastruttura della fiducia, della sostenibilità sostanziale, del dialogo pubblico-privato, della multidisciplinarità che tiene insieme regole, tecnica e immaginazione.

Per dirlo con un’immagine, mi viene in mente Perseo. Italo Calvino, nelle Lezioni americane, ricorda che per tagliare la testa a Medusa senza lasciarsi pietrificare Perseo «si sostiene su ciò che vi è di più leggero, i venti e le nuvole; e spinge lo sguardo su ciò che può essergli rivelato solo da una visione indiretta, da un’immagine catturata dallo specchio». È la metafora del nostro tempo: le Meduse contemporanee — l’Antropocene, la crisi climatica, la stratificazione normativa, l’accelerazione tecnologica — non si affrontano frontalmente, ma con la leggerezza del pensiero indiretto. Da qui la mia convinzione della necessità di una ‘paideia dell’immaginazione’: l’allenamento a immaginare futuri possibili e a dotarli di regole condivise — tema sviluppato nel mio saggio La Zattera dell’Antropocene, ispirato alla Zattera della Medusa di Géricault, in occasione della presentazione del volume «Narrare l’Antropocene» a Vatolla nel settembre 2025.

In un’epoca in cui l’intelligenza artificiale promette risposte sempre più rapide, il vantaggio competitivo decisivo non starà nelle risposte, ma nella qualità delle domande; non nella velocità del calcolo, ma nell’immaginazione che precede la decisione. Il coraggio di immaginare è la propensione a vedere ciò che ancora non c’è, ad attribuirgli una forma, a trasformarlo in decisione. Il coraggio di piantare semi è la consapevolezza che ogni vera scelta serve a chi verrà dopo, più che a noi stessi. Il futuro non si calcola: si immagina e si coltiva, con cura e amore, come una pianta straordinaria.

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