Il Belgio dice sì al nucleare: abrogata la legge del 2003

Nucleare in Belgio
Il Belgio riscrive il futuro energetico, abrogando la legge del 2003 che prevedeva l’uscita dal nucleare entro il 2025.

Ieri, 15 maggio, il Parlamento belga ha compiuto una svolta storica, abrogando la legge del 2003 che imponeva l’uscita completa dall’energia nucleare entro il 2025. Con 102 voti a favore, 8 contrari e 31 astenuti, la Camera dei rappresentanti ha approvato una normativa che non solo cancella il phase-out, ma apre la porta alla costruzione di nuovi reattori e al prolungamento della vita operativa delle centrali esistenti. Questa decisione, sostenuta dal nuovo governo conservatore, segna un cambio di rotta rispetto a due decenni di politiche antinucleariste, ponendo il Belgio al centro del dibattito europeo sull’energia.

Un passo indietro: la legge del 2003 e il contesto storico

Nel 2003, il Belgio aveva deciso di abbandonare progressivamente l’energia nucleare, fissando il 2025 come data limite per la chiusura dei sette reattori attivi nelle centrali di Doel e Tihange. La normativa, approvata sotto la pressione delle forze ecologiste, vietava anche la costruzione di nuovi impianti. All’epoca, il nucleare rappresentava circa il 54% della produzione elettrica nazionale, rendendo il Belgio uno dei paesi più dipendenti da questa fonte in Europa.  

Negli anni successivi, tuttavia, la dipendenza dal nucleare si è scontrata con le sfide della transizione energetica e con le crescenti preoccupazioni per la sicurezza degli approvvigionamenti, specialmente dopo la crisi energetica innescata dalla guerra in Ucraina nel 2022.

La crisi energetica e il ripensamento strategico

La decisione di posticipare il phase-out nucleare ha radici nella crisi energetica globale. Nel marzo 2022, il governo belga aveva già annunciato l’intenzione di estendere di 10 anni la vita operativa dei reattori Doel 4 e Tihange 3, motivando la scelta con la necessità di garantire la sicurezza energetica in un contesto di instabilità internazionale.  

Questa mossa, inizialmente temporanea, ha aperto un dibattito più ampio sul ruolo del nucleare nel mix energetico nazionale. La nuova legge rappresenta il culmine di questo ripensamento, con il governo conservatore che ha scelto di puntare sul nucleare come fonte di energia affidabile, pulita e a basse emissioni di carbonio.

Il voto in Parlamento: un consenso trasversale

Il voto parlamentare ha visto un’ampia convergenza tra le forze politiche, con 102 parlamentari a favore della nuova normativa. Solo i Verdi hanno espresso un’opposizione netta, votando compatti contro l’abrogazione, mentre il Partito socialista e il Partito del Lavoro hanno optato per l’astensione.  

Il ministro dell’Energia, Mathieu Bihet, ha celebrato il risultato come un momento di svolta: “Il Parlamento federale ha appena voltato la pagina di due decenni di blocchi e di situazioni per aprire la strada ad un modello energetico realista e resiliente”, ha dichiarato, sottolineando l’importanza di “rilanciare una filiera innovativa”.

La decisione riflette un consenso politico crescente sull’esigenza di bilanciare gli obiettivi di decarbonizzazione con la stabilità della rete elettrica, in un paese dove il nucleare ha storicamente coperto oltre il 50% del fabbisogno elettrico.

Le implicazioni della nuova legge

La normativa non si limita a cancellare il phase-out, ma introduce misure concrete per il futuro del nucleare belga:  

  • Prolungamento della vita dei reattori: le centrali di Doel e Tihange potranno continuare a operare oltre il 2025, previa approvazione delle autorità di sicurezza nucleare;
  • Nuovi reattori: la legge elimina il divieto di costruire nuovi impianti, aprendo la strada a tecnologie avanzate come i piccoli reattori modulari (SMR), su cui il Belgio ha già investito 100 milioni di euro per la ricerca;
  • Sicurezza e innovazione: il governo ha annunciato un rafforzamento dei controlli di sicurezza e un impegno per modernizzare le infrastrutture esistenti, rispondendo alle critiche di chi considera le attuali centrali obsolete.

Questa strategia si allinea con le posizioni di altri paesi europei, come la Francia, che continuano a puntare sul nucleare per raggiungere gli obiettivi di neutralità climatica entro il 2050.

Reazioni e dibattiti: il Belgio al bivio energetico

L’abrogazione del phase-out ha suscitato reazioni contrastanti. I sostenitori, tra cui il premier Alexander De Croo, vedono nel nucleare una soluzione per ridurre la dipendenza dai combustibili fossili e garantire un’energia accessibile e low-carbon. De Croo aveva già annunciato, in occasione della Cop28 del 2023, l’intenzione di ospitare un vertice mondiale sul nucleare nel 2024, segnale di un impegno crescente verso questa tecnologia.  

Dall’altra parte, i Verdi e alcune associazioni ambientaliste hanno criticato la decisione, definendola un passo indietro nella transizione verso le rinnovabili. “La anti-atom-ideologia è an der Realität gescheitert” (L’ideologia antinucleare è fallita di fronte alla realtà), ha ribattuto Bihet, difendendo la necessità di un approccio pragmatico.

Nel frattempo, il dibattito pubblico si concentra anche sulle implicazioni economiche. La gestione delle centrali è affidata a Engie Electrabel e Luminus, che potrebbero beneficiare di nuovi investimenti, ma devono affrontare i costi di ammodernamento e smaltimento delle scorie.

Il Belgio nel contesto europeo

La decisione belga si inserisce in un contesto europeo diviso sul nucleare. Mentre paesi come la Germania e la Spagna proseguono con i loro piani di phase-out, altri, come la Francia, la Polonia e l’Italia, stanno rivalutando il ruolo dell’energia atomica.

Il Belgio, con questa mossa, si allinea ai firmatari della dichiarazione del vertice nucleare di Bruxelles del 2024, che hanno chiesto di “sbloccare completamente” il potenziale del nucleare per decarbonizzare i sistemi energetici. La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha definito il nucleare una risorsa cruciale per la sicurezza energetica e la competitività dell’Ue.  

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