Artigianato in crisi: Italia perde 400mila artigiani in 10 anni

L’artigianato italiano affronta una crisi senza precedenti, con un calo di 400mila unità in dieci anni. La CGIA di Mestre lancia l’allarme e propone soluzioni per rilanciare il settore.

Negli ultimi dieci anni, l’Italia ha perso quasi 400mila artigiani, passando da 1,77 milioni nel 2014 a 1,37 milioni nel 2024, con una riduzione del 22%.

Lo denuncia l’Ufficio studi della CGIA di Mestre, che ha elaborato i dati di INPS e Infocamere/Movimprese. Nell’ultimo anno, il settore ha subito un’ulteriore contrazione di 72mila unità (-5%), un trend che coinvolge tutte le regioni italiane. Le cause di questo declino includono l’invecchiamento della popolazione artigiana, la mancanza di ricambio generazionale e la crescente concorrenza del commercio elettronico. La situazione solleva interrogativi sul futuro di mestieri tradizionali come idraulici, fabbri ed elettricisti, sempre più difficili da reperire.

Regioni più colpite e il ruolo del Mezzogiorno

Le regioni più duramente colpite dal calo degli artigiani sono le Marche (-28,1%), l’Umbria (-26,9%), l’Abruzzo (-26,8%) e il Piemonte (-26%). Nell’ultimo anno, la provincia di Ancona ha registrato la contrazione più significativa, con un -9,4% (-1.254 artigiani), seguita da Ravenna e Ascoli Piceno (-7,9%, rispettivamente -952 e -535 unità). Al contrario, Crotone e Ragusa hanno mostrato le diminuzioni più contenute (-2,7%, pari a -78 e -164 artigiani). Il Mezzogiorno, grazie agli investimenti del PNRR e agli effetti del Superbonus 110%, ha limitato le perdite, con il comparto edile che ha sostenuto il numero di artigiani attivi nel Sud. “Il comparto casa ha frenato la caduta del numero complessivo degli artigiani di questa ripartizione geografica”, sottolinea la CGIA.

Cause strutturali della crisi

La CGIA identifica diverse ragioni dietro il declino dell’artigianato. L’invecchiamento della popolazione artigiana, unito a un insufficiente ricambio generazionale, rappresenta un fattore chiave. La concorrenza della grande distribuzione e del commercio elettronico, il peso della burocrazia e l’aumento di affitti e tasse hanno spinto molti artigiani a chiudere. Inoltre, i consumatori hanno abbracciato una cultura dell’usa e getta, preferendo prodotti in serie a quelli artigianali su misura. “La calzatura, il vestito o il mobile fatto su misura sono ormai un vecchio ricordo”, osserva la CGIA, evidenziando il cambiamento delle abitudini di acquisto.

Impatto delle fusioni aziendali

Parte della riduzione è legata a processi di aggregazione e acquisizione successivi alle crisi economiche del 2008/2009, 2012/2013 e 2020/2021. Questi processi hanno ridotto il numero di artigiani, ma hanno aumentato la dimensione media delle imprese, migliorando la produttività in settori come il trasporto merci, il metalmeccanico, gli installatori di impianti e la moda. Tuttavia, questo non compensa la perdita di figure professionali tradizionali, con il rischio che entro un decennio trovare un idraulico o un elettricista diventi “un’operazione difficilissima”.

Settori in controtendenza

Non tutti i comparti dell’artigianato sono in crisi. I settori del benessere e dell’informatica mostrano una crescita significativa. Acconciatori, estetisti e tatuatori registrano un aumento costante, mentre professioni come sistemisti, addetti al web marketing, video maker ed esperti in social media sono in espansione. Anche il settore alimentare performa bene, con gelaterie, gastronomie e pizzerie per asporto che prosperano, specialmente nelle città a vocazione turistica. Questi dati evidenziano una trasformazione dell’artigianato verso attività più moderne e orientate ai servizi.

Svalutazione culturale del lavoro manuale

Negli ultimi decenni, il lavoro manuale ha subito una svalutazione culturale che ha allontanato i giovani dai mestieri artigiani. La CGIA evidenzia un dato emblematico: in Italia ci sono più avvocati (233mila) che idraulici (165mila). Questa tendenza è aggravata da un sistema di orientamento scolastico obsoleto, che spesso indirizza gli studenti con difficoltà verso percorsi tecnici o professionali, considerati di “serie B”. “Chi fatica a stare sui libri viene invitato a intraprendere un percorso di natura tecnica o professionale, creando studenti di serie A, B e, in molti casi, anche di serie C”, denuncia la CGIA. La mancata valorizzazione degli istituti professionali ha contribuito al declino del settore.

Un reddito per le botteghe artigiane

Per contrastare lo spopolamento dei piccoli paesi e sostenere l’artigianato, la CGIA propone l’istituzione di un reddito di gestione delle botteghe artigiane per chi opera in centri con meno di 10.000 abitanti. Queste attività, spesso situate in edifici storici, sono fondamentali per l’identità culturale e l’economia locale, attirando turisti e residenti. La riduzione della popolazione in aree montane, collinari e di provincia ha già causato un calo significativo di botteghe, deteriorando il tessuto urbano e la qualità della vita. Un incentivo economico potrebbe rilanciare queste realtà e frenare il declino.

Riforma dell’artigianato in arrivo

A quarant’anni dalla legge quadro n° 443 del 1985, il Parlamento sta lavorando a una riforma dell’artigianato per superare i vincoli normativi che limitano oltre 1,2 milioni di imprese artigiane. Tra le novità, la possibilità per le imprese alimentari di vendere direttamente al pubblico, una maggiore flessibilità nella costituzione di consorzi e l’istituzione di un fondo biennale da 100 milioni di euro per l’accesso al credito, con il supporto di Confidi e Artigiancassa. Inoltre, l’innalzamento del tetto occupazionale da 18 a 49 addetti allineerebbe l’Italia alle normative europee, favorendo la competitività del settore.

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