A Paestum, il 5 e il 6 giugno, si è tenuta la quinta edizione della Conferenza nazionale delle Camere di commercio. Il titolo scelto da Unioncamere per l’occasione — «L’Europa e i giovani, le nostre sfide per il futuro» — non lasciava spazio all’ambiguità: il nodo generazionale è diventato una questione economica di primo piano, non più relegabile al dibattito sociologico o alle buone intenzioni dei convegni.
Il paradosso italiano: le aziende cercano giovani ma non riescono a trattenerli
L’invecchiamento della forza lavoro in Italia non è solo un’emergenza demografica: è un freno alla competitività, alla produttività e alla transizione digitale e sostenibile delle imprese. È il messaggio centrale emerso dalle analisi di Unioncamere e del Centro studi Tagliacarne presentate a Paestum, che fotografano un sistema produttivo in tensione tra due spinte opposte. Da un lato, la consapevolezza del valore dei giovani. Le aziende capaci di attrarre e trattenere talenti under 35 segnano un +7,2% di produttività, e le imprese con più giovani corrono più delle altre, registrando una crescita di fatturato e occupazione superiore di 1,5 punti percentuali. Dall’altro, una struttura demografica del lavoro che va nella direzione esattamente contraria. Negli ultimi vent’anni gli occupati over 50 sono raddoppiati, passando dal 20% a circa il 40%, mentre la quota degli under 35 è crollata dal 35% a meno del 25%.
Il motore dell’innovazione si inceppa dopo i 42 anni
I dati presentati a Paestum non si limitano alla produttività generica: entrano nella meccanica dell’innovazione aziendale. La propensione a fare innovazione di processo cresce fino ai 36 anni di media degli occupati, quella di prodotto fino ai 42, per poi flettere vistosamente. Significa che un sistema produttivo che invecchia non perde solo energie, ma perde anche la spinta a cambiare, a sperimentare, ad adottare nuovi modelli. Nel frattempo, le imprese destinano circa il 28% delle assunzioni programmate agli under 30, ma lo scorso anno il 48% di queste posizioni risultava difficile da coprire, in prevalenza — nel 31% dei casi — per assenza di candidati.
Cervelli in fuga: un’emorragia da 159 miliardi
I numeri sulla mobilità giovanile verso l’estero sono quelli che più hanno colpito i presenti al convegno. Nell’ultimo decennio i giovani tra i 20 e i 34 anni che hanno lasciato l’Italia sono quasi raddoppiati, passando da 37mila a 70mila l’anno, con un incremento dell’85%.
Oggi emigrano otto giovani ogni mille residenti, più del doppio rispetto alla Germania e più della Spagna. Il Cnel ha tradotto questo flusso in un valore economico preciso: il capitale umano emigrato tra il 2011 e il 2024 vale 159,5 miliardi di euro, pari al 7,5% del Pil nazionale. Non una stima approssimativa, ma il risultato di un’elaborazione incrociata tra flussi migratori, livelli di istruzione e capacità produttiva attesa dei partenti.
Il rientro di metà degli espatriati varrebbe 12 miliardi
Di fronte a queste cifre, Unioncamere ha provato a ragionare in senso inverso: quanto varrebbe invertire la rotta? Se si riuscisse a far rientrare anche solo la metà dei 20-34enni emigrati negli ultimi cinque anni — poco più di 250mila persone — si genererebbe un impatto economico fino a 12 miliardi di euro, pari a circa mezzo punto di Pil. Non una previsione ottimistica, ma la misura esatta di ciò che il Paese continua a perdere ogni anno.
Il nodo dei salari e delle competenze: la sfida non è solo formare, è trattenere
Il presidente di Unioncamere Andrea Prete ha inquadrato il problema in una cornice più ampia.
Ha infatti spiegato: “Le nuove generazioni vivono con minori barriere culturali, territoriali e sociali rispetto al passato. Grazie a esperienze come l’Erasmus si sentono naturalmente cittadini europei e valutano opportunità, salari e qualità del lavoro su scala internazionale. Valorizzare la loro creatività e la loro capacità innovativa richiede uno sforzo condiviso tra imprese, istituzioni e sistema formativo”.
Il punto sui salari non è secondario: la retention giovanile dipende dalla retribuzione, ma anche da fattori organizzativi meno visibili, tra i quali la velocità con cui l’impresa assegna responsabilità, la chiarezza degli obiettivi, la qualità dei capi intermedi, la possibilità di lavorare con strumenti aggiornati. Quando questi elementi mancano, il giovane più capace usa l’esperienza come trampolino e il vantaggio produttivo si sposta altrove.
Il deficit Stem all’orizzonte: mancano ingegneri, economisti, medici
Sul fronte della formazione, le proiezioni del sistema Excelsior — il monitoraggio congiunto di Unioncamere e Ministero del Lavoro — disegnano uno scenario preoccupante per il prossimo triennio. Tra il 2026 e il 2029 potrebbero mancare oltre 13mila laureati Stem l’anno, soprattutto ingegneri, economisti e medici. Solo uno su quattro degli studenti sceglie lauree Stem, e l’Italia è al di sotto della media europea, con un gap ancora più marcato se si considera la partecipazione femminile. Gli Its — istituti tecnici superiori post diploma — vengono indicati come un modello efficace, ma con un limite strutturale: coinvolgono ancora un numero limitato di giovani.
Da Paestum un appello che attende risposta
Il messaggio uscito dalla Conferenza di Paestum è più politico che tecnico: i dati ci sono, la direzione è chiara, ma il cambio di marcia richiede scelte concrete su salari, formazione, incentivi al rientro e organizzazione del lavoro. Trattenere un giovane in Italia — o convincerlo a tornare — non è un problema di sentiment generazionale. È aritmetica economica.


